Primo capitolo - acquista il libro on line      torna all’archivio



Nico sussultò nel buio. Gli mancò il respiro. Non sapeva dove si trovasse, come fosse accaduto, che cosa potesse succedere. Gli parve di galleggiare nel vuoto. Ebbe una sensazione di gelo ai piedi.
Prima riuscì a respirare, poi scorse il lumino della statuetta di San Giuseppe. Dunque era nella sua stanza da letto. A sinistra doveva esserci la porta. Si puntellò sui gomiti, strizzò le palpebre, la vide. Con un sospiro si lasciò ricadere nel letto.
Di nuovo Marianna. Di nuovo l’incubo. Ma era poi un incubo?
Dalla notte trascorsa con lei aveva paura dei suoi sogni. Marianna l’avrebbe più abbandonato? O doveva esser lui ad abbandonarla? Poteva però buttare via il brivido più intenso dei suoi cinquant’anni? Si sentì subito pronto per la vita anche se un secondo prima avrebbe giurato di sentirsi pronto per la morte. Aveva bisogno di sfogarsi e si volse verso Luisa. Avvertiva l’ansimare leggero che ne scandiva il sonno. I suoi occhi, abituatisi all’oscurità, la fissarono con affetto antico, ma qualcosa di più incalzante premeva. Povera Luisa. Se avesse immaginato qual era l’emozione che faceva scattare sull’attenti il suo fratellino.
Luisa mugolò. "A quest’ora? Lo sai che devo correre a scuola".
Nico rotolò sul fianco per controllare l’ora: teneva il Baume & Mercier piatto in oro e acciaio sul comodino. Magari erano le cinque, le cinque e mezza e Luisa avrebbe avuto il tempo di provvedere all’urgenza che gli era venuta. L’orologio segnava le 6,10. A Nico parve una vendetta postuma di Klaus, che scambiandolo per il proprio salvatore gliel’aveva regalato mezzo minuto prima di essere inghiottito dal passato.
Luisa si alzò dal letto stiracchiandosi. Nico rimase inappagato e per di più con Klaus nella testa. Klaus… Ufficialmente era sparito, scappato in terre lontane a godersi il frutto del tradimento. Klaus un traditore… Che sporco imbroglio.
Nico seppe che pure quel giorno sarebbe stato il solito impiastro di noia e d’inutilità. Lo scroscio della doccia ricordò a Nico ciò che gli competeva. Corse da rincoglionito in cucina. Accese il tostatore, mise il caffè sul fuoco, preparò il pane in cassetta. I pensieri però rimanevano fissi su Marianna e su Klaus: chissà se si sarebbero mai piaciuti. Si accorse a mala pena del bacio di Luisa sulla nuca, cui seguì il rumore della porta d’ingresso che si chiudeva.
Nico si lavò e si vestì: fu come assistere alle abluzioni e al vestimento di un estraneo. Prima di uscire buttò l’occhio allo specchio: portava la vita come una condanna e smaniava dalla voglia di farla scontare agli altri.

L’aiuola dei gerani spelacchiati, il vialetto dai lastroni di basolo, la spianata di marmo fino al palazzaccio color antracite. Ogni mattina lo stesso percorso, a ogni passo la sensazione di uscire dal mondo finto e di entrare in quello reale. Dietro il vetro della guardiola stavano in tre e non gli prestarono la minima attenzione. Nico neppure fece il gesto di mostrare il distintivo. Tirò dritto verso gli ascensori: avevano le porte spalancate, odoravano di cera e di lucido. Nico doveva essere fra i primi a salire, se non il primo: lo prese come un affronto alla propria persona e ai propri trascorsi. Ancora sdegnato premette il bottone numero quattro… Ma non stava più al quarto, il piano della combriccola. L’avevano rispedito al terzo, dove aveva nuotato a pelo d’acqua per due direttori del Servizio Informazioni, quattro repulisti e otto ministri. Quanto si era sbattuto per arrivare al quarto piano. Aveva cominciato da una dependance del primo piano che stava al seminterrato. Da lì era poi balzato direttamente al secondo. L’avevano spostato al terzo che era già Nico e aveva un suo seguito. Per anni aveva sognato il quarto piano e oltre a sognarlo l’aveva programmato. Lo riteneva la condizione indispensabile per cogliere l’ultima gratificazione: trasformare in minuscolo la maiuscola iniziale del suo cognome: de Santis anziché De Santis. Che poi a lui fin dalle elementari la "d" minuscola veniva molto meglio della "D" maiuscola.
Proiettò il proprio nome e cognome splendente di minuscola sul corridoio brutto e vuoto del quarto piano: rifiniture in mogano e moquette in tinta avevano contribuito a renderlo più catacombale. Al terzo piano era peggio.
Stava scontando il rivoltolamento, brutto assai, delle percentuali. Per tacita consuetudine spettavano a quanti mettevano le mani sui quattrini senza papà e senza mamma. Al Servizio Informazioni era il modo in cui capidiniente e tirapiedi, soprastanti e sottostanti integravano i magri stipendi statali. Ma un brutto giorno Natoli, il capodiniente dell’Ufficio O, stava per Operazioni, aveva fatto il viso dell’armi. Senza preavviso e senza ripensamenti. Un calcio in culo a lui, a quell’anatra acida di Gervasutti e a quel cristoincroce di Andò. Nico era finito al terzo piano, Andò al commissariato di Corleone, Gervasutti all’ambasciata di Tirana. Ma un trasferimento a Tirana era davvero una punizione? Sigarette, hascisc, armi, carne umana: per chi avesse avuto voglia d’industriarsi, non esisteva assegnazione migliore.
L’umore di Nico peggiorò. Immaginò che Gervasutti fosse un infame, che avesse studiato la trappola in ossequio a Natoli e che il suo premio fosse stato l’incarico a Tirana.
Avevano pizzicato una valigiona di dollari falsi. Biglietti da uno e da cinque, totale un milione. Quota spettante a lui, a Gervasutti e Andò il dieci per cento: centomila dollari. In tre ore Gervasutti aveva individuato dove collocarli. Estroverso, vulcanico, traditore per vocazione, compagnone con i presenti, implacabile con gli assenti, Gervasutti era stato scelto da Tropeano, quando questi un secolo prima aveva diretto la sezione Affari Riservati, la creme del terzo piano, per tenere un canale sempre aperto con i bassifondi. Gervasutti aveva avuto l’abilità di mettere assieme dei perdenti che non volevano arrendersi alla propria marginalità, che dopo esser stati allontanati dalla presunta società civile venivano respinti persino dai presunti barbari. Inseguivano il colpo in grado di capovolgere l’esistenza, ma che non l’avrebbero mai messo a segno era testimoniato dall’aver scelto Gervasutti quale leva per il ribaltone. Di questo club di sfigati in servizio permanente Gervasutti era diventato l’arbitro: le sue sentenze erano molto più inappellabili di quelle della Cassazione. Gervasutti li minacciava e li usava, li usava e li minacciava. Per sopravvivere dovevano aiutarlo a mettere le mani su tutto ciò che potesse trasformarsi in biglietti di banca. E se nell’Europa delle troppe monete bisognava tenersi aggiornati sui cambi, con l’introduzione dell’euro la contabilità ne era stata agevolata. I centomila dollari avevano fruttato diecimila euro. Sei milioni abbondanti a testa delle vecchie lire. Un mese di stipendio, poco più di una elemosina con l’aggiunta dell’arrovellamento sulla sicura cresta che Gervasutti si era ritagliato.
Poi era intervenuto Natoli. Ed erano stati cazzi.
"Vi ha dato di volta il cervello? Avete contravvenuto agli ordini."
Andò, Gervasutti e Nico avrebbero giurato che non era stato diramato alcun ordine, che anche a scartabellare dentro gli archivi non se ne sarebbe rinvenuta la benché minima traccia. A meno che Natoli non avesse all’improvviso cambiato natura: voleva anche lui una fetta. Ma in tal caso le belle gioie - gli indefessi professionisti della lode sperticata - lo avrebbero subito comunicato, come il giorno del suo insediamento avevano portato per ogni piano, fino agli sgabuzzini del seminterrato, la lieta novella che il nuovo signore dell’Ufficio O non si sporcava le mani con le mance.
"Quelli del macero se ne accorgeranno dal peso che mancano banconote. Troppe banconote." Nel dirlo Natoli non aveva trattenuto una nota di palpabile soddisfazione. Le sue labbra appuntite e strette si erano vieppiù rinserrate: procurare pene al prossimo gli dava un gusto maggiore che occuparsi del proprio benessere. "I carabinieri hanno occhi e orecchie dappertutto. Non gli parrebbe vero di rovesciarci addosso un’ulteriore vagonata di merda. Basta che uno dei gentiluomini, cui lei Gervasutti è solito associarsi, apra bocca e finiamo tutti a Forte Boccea. Almeno, lor signori di sicuro…"
Nico aveva rimuginato sull’accenno al carcere militare. Andò si era fatto più cristoincroce. Gervasutti aveva abbozzato un sorrisino, aveva mostrato i denti storti, aveva garantito che i suoi contatti erano affidabili, il meglio che passassero i marciapiedi del Prenestino e del Tuscolano.
"Lo sapete", aveva rincarato gioioso Natoli, "che tengono tutti il fucile spianato su di noi, che ci sono magistrati e politici i quali vogliono una scusa, la più piccola scusa, per buttare di nuovo all’aria il nostro amato baraccone".
Ciascuno dei tre aveva guardato impaurito gli altri due: erano più indifesi di un pover’uomo sorpreso in campagna con i pantaloni abbassati. Nico era già sopravvissuto a due inchieste interne perché aveva avuto delle cambiali da mandare all’incasso, vecchi verbali fatti sparire senza che lui aprisse bocca. Gervasutti e Andò erano fuscelli al vento: l’ultima tempesta che aveva investito l’Ufficio O, le false ricevute di alberghi, ristoranti e taxi, li aveva lasciati nelle imprevedibili mani di Natoli, assurto al ruolo di garante. Tutti e tre avevano esaurito ogni scorta di amicizie, di favori, d’innocenza presunta. Al primo colpo di tosse di un capodiniente qualsiasi sarebbero stramazzati al suolo. E Natoli era un capodiniente capace di tossire in faccia per semplice sfizio. Si faceva sempre precedere dalla sua reputazione: così pessima da non valere la pena di ribadirla. Appena insediato aveva dato due ordini: di aprire nella sua stanza, che aveva le dimensioni di una piazza da parata, un’enorme vetrata e di tenergli aggiornato mese per mese le schede degli agenti in forza al Servizio Informazioni da più di dieci anni. Senza neppure allontanarsi dalla macchinetta del caffè le belle gioie avevano chiarito il senso del secondo ordine: così a Natale sappiamo da dove cominciare le pulizie.
Nico aveva ingoiato in silenzio sia la minaccia sia l’orripilante bevanda nera. Lui al Servizio Informazioni ci stava da venticinque anni e s’era messo quasi a posto: appartamento in piazza della Balduina, bungalow a Torvaianica, soldi in Svizzera. Gli mancava soltanto la "d" in minuscolo, poi avrebbe potuto aspettare la pensione in qualsiasi fogna l’avessero destinato.
Il giorno dei dollari falsi Natoli aveva confermato le nere leggende propalate con gusto dalle belle gioie: si era divertito a sbatterli in terra neanche fossero stati uno straccio usato. "Stavolta", aveva spiegato, "non ci sarebbero salvataggi all’ultimo secondo in cambio della promessa di rigare dritto. Tutti a casa passando prima da un’aula di tribunale. Giusto il tempo di rimediare un’equa condanna che renda impossibile un altro arruolamento sotto qualsiasi bandiera".
Pensionamento anticipato, aveva tradotto Nico, e soprattutto addio alla "d" minuscola. Era stato tentato di rinunciare, ma nel terzo cassetto del comò riposavano in attesa del grande giorno i bigliettini da visita: "Domenico de Santis" in corpo 14 nella prima riga, "ispettore capo di P.S." in corpo 10 nella seconda.
Natoli aveva dimostrato una volta di più di essere all’altezza della sua reputazione: un capodiniente carognone e implacabile. "Siamo gli angeli custodi del Bene e ci facciamo sorprendere a trafficare con il Male? Questo Paese non è calvinista, anzi non sa neanche dove Calvino stia di casa. Questo Paese non ha mai creduto che più si pecca, più ci si pente, più crediti si accumulano. E il fatto che qui si pecchi soltanto e non ci sia pentimento non significa niente dato che la morale comune è quella cattolica. Di conseguenza da bravi bambini con le mani giunte a pregare che il diavolo resti lontano il più possibile. Chiaro?"
Chiaro per niente, ma Natoli non si era curato delle facce sgomente. "Se ci piomba addosso uno di quei sostituti procuratori che si credono unti dal Signore e che provano un orgasmo suppletivo per ogni anno di galera in più che riescono a far infliggere, quale favola gli raccontiamo?"
S’erano messi il cuore in pace e avevano cercato i centomila dollari falsi. Una parola. Spariti. Le usurate banconote verdi realizzate con tocco d’artista erano già state divise, assegnate e recapitate. Il meglio dei marciapiedi del Prenistino e del Tuscolano aveva allargato desolato le braccia. Il rimedio l’aveva suggerito con un filo di voce Andò: c’era un suo antico conoscente, chiamato il Professore, che negli anni ruggenti aveva gestito il turno fuori orario di una tipografia specializzata di giorno in rilegature di libri antichi e di notte nella falsificazione di brevetti, di documenti, di passaporti, di carte d’identità, di buoni del tesoro, di lettere di credito, di affidavit.
Se avete le matrici si può fare, aveva sentenziato il Professore. Nico, Gervasutti e Andò si erano sentiti in paradiso: le matrici facevano parte del bottino requisito ai falsari. A riportarli in terra era però sopraggiunta la seconda richiesta del Professore: stampatrice, lastre, sviluppatrice di lastre, taglierini, carta, vernici le posso procurare io, ma il bromografo me lo dovete procurare voi. Il bromografo? Erano impalliditi tutti e tre davanti a quel nome misterioso che racchiudeva ogni minaccia. Il Professore aveva spiegato che era l’apparecchio indispensabile per stampare, a contatto, negativi fotografici sulla cartamoneta. Senza bromografo, addio dollari. Serve anche per gli euro? Aveva chiesto speranzoso Nico. Serve per tutto, aveva risposto il Professore. Nico si era ricordato che nel primo sequestro di euro, un paio d’anni prima, si era parlato di un aggeggio particolare usato dai falsari. Al termine di una breve, ma intensa ricerca il bromografo era stato individuato dentro uno scantinato del Viminale. Spargendo a piene mani quasi tutti gli euro rimediati dalla vendita dei dollari falsi, Nico, Gervasutti e Andò avevano affittato per il fine settimana l’agognato bromografo.
I macchinari erano stati montati dentro un capannone alla Magliana. Nico, Andò, Gervasutti e il Professore avevano lavorato dalla mezzanotte del venerdì all’alba del lunedì. Natoli almeno dieci volte aveva rimirato di tre quarti i loro profili e le mazzette di dollari falsi prima di convenire che fossero proprio i centomila mancanti. In realtà ne avevano stampati centotrentamila. I trentamila in più erano stati il compenso per il Professore al posto dei quindicimila euro pattuiti prima che i suoi occhi e le sue mani misurassero la perfezione dell’opera d’arte che aveva appena approntato. La sua proposta - trentamila falsi anziché quindicimila buoni - era apparsa irresistibile. E se quel rottoinculo di Natoli se ne accorge? Allora - aveva replicato Gervasutti a Nico - è meglio di Mandrake ed è inutile che noi stiamo ancora a perdere tempo al Servizio Informazioni: arrivederci e grazie.
Riportato il bromografo nello scantinato del Viminale, Nico e gli altri due avevano cercato di assumere l’aria più contrita di cui fossero capaci per andare a rapporto da Natoli. Dall’incontro con il capodiniente erano usciti a chiappe contratte, però convinti di averla sfangata. Il mercoledì seguente era pervenuta una letterina che aveva fatto più male dei carabinieri, dei politici e dei magistrati messi insieme. Gervasutti e le sue battute trasferiti all’ambasciata di Tirana; Andò restituito alla questura d’origine, Palermo, e da lì destinato al commissariato di Corleone; lui, l’austero De Santis, la memoria storica del Servizio Informazioni, messo in naftalina al terzo piano a far l’inventario di fax, computer, telefoni satellitari, pistolini e pistoloni. Nico non aveva mai avuto l’ambizione di cambiare il mondo, quel giorno, però, gli era parso che il mondo avesse deciso di cambiare lui. Ma perché? Perché al mondo doveva importare qualcosa di Domenico De Santis? Che tradotto in soldoni significava: perché ce l’avevano con il suo culo?

Nico si diresse verso la porta con la targhetta Riservato. La targhetta era stata una sua idea per evitare i seccatori. Idea inutile: nessuno veniva a trovarlo. Le belle gioie non si erano neppure dovute spendere per annunciare la sua sospirata dipartita: tutti si erano accorti della retrocessione di un piano.
Dietro la porta si apriva un bugigattolo, due metri per due. Alla macchinetta del caffè avevano sghignazzato: lo sapete che la scrivania di De Santis in origine era un banco dell’asilo dove lavora la moglie?
Sul ripiano di fòrmica trovava posto soltanto il computer. Nico vi s’immergeva per ore e ore. Aveva adocchiato i siti Internet che avevano dato forma al suo desiderio di fregare Natoli. Erano siti nei quali venivano ospitate le più incredibili tesi complottarde: dalle manovre sotterranee di Roosevelt, per favorire l’attacco giapponese contro la flotta del Pacifico ormeggiata a Pearl Harbour nel 1941, alla sontuosa messinscena della morte di Elvis Presley, che, invece, ormai settantenne, trascorreva una tranquilla vecchiaia nella foresta dello Yucatan. E poi: l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle opera di Bush e dei suoi amichetti texani con la complicità dell’internazionale sionista; Gheddafi da oltre quarant’anni al soldo della Cia nell’area del Mediterraneo; l’Intelligence Service che volendo favorire gli interessi petroliferi della Shell aveva tramato contro i marines per impedire nel 1980 la liberazione degli ostaggi statunitensi a Teheran. Alla luce del neon suo fedele compagno fino alle sette del pomeriggio (l’orario canonico terminava alle 17, ma lui continuava a piazzare due ore di straordinario) Nico si era quasi esaltato. A parte l’ipotesi su Presley, un filino eccessiva, il resto lo aveva giudicato convincente. Si era addirittura calato nei panni dell’esperto e aveva sentenziato: più che probabile. A uno di questi siti avrebbe spedito la corposa biografia di Natoli cui aveva messo mano. Lavorava su dischetti che riportava a casa infilati negli slip. Sapeva di correre un bel rischio, ma che cosa gli restava prima del pensionamento anticipato?
Nico era roso dall’impazienza. E dire che ne aveva visti passare di cadaveri: belle gioie, capidiniente, sottostanti, tirapiedi, soprastanti, vecchie lenze inghiottiti dalle viscere, cancellati dalla memoria a meno che il loro nome non servisse d’ammonimento. Ma con Natoli era diverso. Non era soltanto per il poco tempo che Nico immaginava di avere a disposizione. Incideva anche la natura di Natoli, il disprezzo che proiettava intorno a sé. Sul suo viso triangolare il mestiere aveva addensato rughe su rughe e ognuna di esse raccontava che per quanto fosse stato difficile farcela, galleggiare, imporsi, Natoli ce l’aveva fatta, aveva galleggiato, si era imposto.

La mattina prometteva amarezze e acidità di stomaco. L’aver sognato Marianna, l’aver pensato a Klaus erano stati indizi che Nico aveva colto. Di conseguenza non fu sorpreso dall’annuncio sonoro di un messaggio nella posta elettronica. Provenienza anonima. L’aprì. "De Santis non è più. Anzi, è tra i più". Uno sberleffo. Ma l’esperienza maturata in un quarto di secolo gli aveva insegnato che niente di gratuito accadeva al Servizio Informazioni. Era entrato nel mirino. La mano corse alla pistola che da anni non portava. La teneva nella scatola di scarpe dentro l’armadio del tinello.
Fu costretto a riemergere da quelle tristi premonizioni. In bilico su tacchi da dieci centimetri una demì vierge in minigonna con i lembi della camicetta adagiati su un seno autoritario lo scrutava schifata. Ecco che cos’era stato quel ticchettio insistito lungo il corridoio. La demì vierge era entrata senza bussare. Nico la detestò sulla parola.
"E’ lei De Santis?" chiese la demì vierge masticando un’odiosa gomma.
Nico acconsentì. Era disturbato da quelle gambe troppo lunghe, troppo esibite: senza pudori e senza segreti.
"E’ convocato". La mano della demì vierge batteva ritmi sconosciuti sulla coscia.
"Da chi?"
"Se l’indovina, può spegnere questa luce fastidiosissima, chiudere la porta e seguirmi."
Natoli lo mise a sedere nella poltrona del condannato a morte. Era un’alta seggiola stile impero dai braccioli imponenti, malferma sulle gambe sottili concluse da uno sbaffo. Collocata fra l’elegante scrittoio in ciliegio e il divano di ruvida seta indiana, veniva usata di rado: gli ospiti di Natoli o erano così importanti da essere accolti sul divano o erano pezze da piedi che meritavano di rimanere dritti e sull’attenti. Ma non era la sorte peggiore che potesse capitare. I brividi incominciavano quando il malcapitato, che aveva già il sangue avvelenato dalla convocazione, veniva invitato a mettersi comodo nella poltrona. Equivaleva all’ultimo pasto per chi era atteso dalla sedia elettrica.
Nell’istante in cui Natoli gli aveva fatto cenno di prender posto fra gli imponenti braccioli, Nico aveva provato un acuto rimpianto per il suo triste bugigattolo, per i siti internet, per le sue giornate piene di rancore. Sarebbe stato persino pronto a giurare che non avrebbe più rivolto cattivi pensieri al dottor Natoli, che non avrebbe atteso di vederlo uscire dalla sua piazza da parata a capo chino, magari in manette. Di colpo il terzo piano, la stanzetta due metri per due, la mini scrivania col ripiano in fòrmica divennero la più ambita delle collocazioni, la via più dolce verso un meritato pensionamento anticipato, che gli avrebbe consentito di stravaccarsi fra la villetta di Torvaianica e il conto cifrato della banca di Zurigo.
Natoli gli dette una foto. "Già visto, signor De Santis?"
Ancora una foto. Ricominciava una triste cerimonia, che non gli aveva mai portato bene. Di facce così ne aveva viste a centinaia. Cercò di ricordare dove potesse aver visto gli occhi allampanati, la fronte increspata, il naso femmineo, gli zigomi appuntiti, il mento quasi piatto ritratti all’insaputa del loro proprietario. Ma chi gli assicurava che aver visto quella foto scattata all’aperto in una giornata di nuvole basse fosse l’affare dell’anno? Natoli lo sollecitò: "Signor De Santis faccia uno sforzo. Chieda aiuto alla memoria…".
Nico si arenò del tutto.
"Avevo creduto di capire" disse Natoli, "che questa foto le suggerisse qualcosa… Non dico un nome, almeno una traccia."
Nico pensò di dire a Natoli che si sentiva poco bene, magari fingere un attacco di appendicite come aveva fatto Gervasutti nell’autunno del ’92 allorché volevano spedirlo a Sarajevo, già sotto il tiro dell’artiglieria serba. Gervasutti non aveva potuto evitare l’operazione chirurgica, ma fra intervento e convalescenza aveva combinato due mesi a casa. Nico preferì rimanere immobile e silenzioso. Era stato più grave aver dato a intendere che aveva forse intravisto la faccia o non aver saputo fornire uno spunto che fosse uno?
"Non ricorda?" La voce di Natoli portava l’eco di una minaccia incombente. "Dovremmo forse concludere che questa faccia non esiste? Che non ha un nome, che non ha un cognome, che non ha un passato, che non ha una nazionalità, che non ha uno scopo? Dovremmo giungere a questa conclusione? Magari saremmo dalle parti della verità, una, santa e intoccabile… E allora chiediamoci se quest’uomo, a prescindere dalla sua identità, ha un futuro. E se ce l’ha, non è di esso che dovremmo interessarci? Non abbiamo purtroppo imparato che il passato ci precede, che una seconda occasione non esiste e che la vita non fa sconti?"
Oh mio Dio, Nico si costrinse a respirare piano per non esplodere. Che cosa aveva combinato per meritarsi anche la lezione di filosofia di Natoli?
Natoli tacque, si allontanò di tre passi, rivolse le spalle alla poltrona, poi si rigirò di scatto, s’avvicinò. Nico percepì subito la novità. Nel rito consacrato del condannato a morte, Natoli avrebbe dovuto dare le spalle alla vittima fino al termine del colloquio per farle intendere la precarietà della sua condizione. Nico non seppe in che modo comunicare a Natoli che aveva compreso il riguardo usatogli. Aveva persino paura di muoversi, era sopraggiunto il terrore che anche il più impercettibile spostamento avrebbe schiantato la poltrona sul parquet appena lucidato. Fu preso a mezzo tra la sensazione di aver perso l’occasione per lisciare Natoli e l’ansia crescente che gli procurava la foto dello sconosciuto. Era davvero uno sconosciuto? All’inizio Nico era talmente convinto del contrario che ci avrebbe scommesso a un quinto i mille euro vinti nell’ultima corsa tris.
"Anch’io", disse Natoli battendo l’indice sinistro sulla foto, "ero persuaso che mi stavo accanendo sull’individuo sbagliato. Addirittura che mi ero confuso e che questo volto a me familiare appartenesse a uno dei nostri tornato a casa dopo una lunga assenza. Nel nostro lavoro ci stanno le lunghe assenze, a volte sono perfino consigliabili. E’ d’accordo?" Sarebbe cambiato qualcosa se Nico non fosse stato d’accordo? Gli avrebbe evitato di fare la figura dello scimunito nella piazza principale del paese?
"Sa, signor De Santis, che cosa ho fatto? Mi sono sciroppato tutte le nostre schede degli ultimi venticinque anni, compresi i collaboratori di un giorno. Glielo giuro…", Natoli congiunse le dita sul petto. D’altronde, nei sussurri che lo circondavano c’era pure quello che da giovane avesse servito da chierichetto.
Nico si convinse di aver incontrato la faccia della foto. Se il passato ci precede, può essere che il futuro si annunci?
Gervasutti una volta aveva detto: se non l’hai visto in questa vita, l’hai visto in una vita precedente o al peggio lo vedrai in una prossima vita.
E’ che a Nico di vita ne bastava una.
"Quanta fatica", sibilò Natoli, "per colui che potrebbe essere il signor Nessuno… L’uomo piovuto dal nulla".
Ma allora a noi che cosa ce ne frega? Nico tenne per sé l’osservazione.
"Lei a questo punto mi potrebbe obiettare: ma allora a noi che cosa ce ne frega?" Natoli si allontanò da Nico, dalla foto, dalla poltrona del condannato a morte. A passettini raggiunse l’amplissima vetrata da cui si dominavano le strade silenziose e alberate dell’Eur. "Una giornata paradisiaca. Un sole come questo non brilla da nessun’altra parte… Vogliamo pensare che sia una speciale ricompensa del Signore a nostra maggiore consolazione?… Che sta a fare lì raggomitolato? Venga qui ad ammirare questo sole, questo panorama..."
Nico invece rimase incollato alla poltrona del condannato a morte. Aveva capito che quella mattina si recitava a soggetto, che il vecchio copione era stato abbandonato, che veniva scritta una pagina nuova nel grande libro del Servizio Informazioni. A suo esclusivo beneficio. Lui, Nico De Santis, nuotava in un mare di panna. Quante altre volte sarebbe accaduto? Mai più, come infatti mai era accaduto in passato… Già questo non era un sintomo lampante che avevano deciso di fregarlo? Per quale altro motivo, sennò, Natoli avrebbe dato luogo a quella recita? Perché Luisa potesse raccontare alle amiche l’alta considerazione che il responsabile dell’Ufficio O nutriva per suo marito? Nico intuì che gliela stavano tirando lunga un metro, tuttavia rifiutò di ammetterlo. Di conseguenza, anziché prendersela con Dio, con il mondo, con il genere umano, suoi abituali interlocutori nei momenti di stizza, provò la voglia inconscia di essere mandato allo sbaraglio. Gli succedeva con certe corse di cavalli. Captava che stava sbagliando puntata, sarebbe stato ancora in tempo a cambiarla, invece no: restava ad assaporare la sconfitta fino a trarne un confortante senso di quiete.
"…allora a noi che cosa ce ne frega?" Con una smorfia Natoli si ricongiunse alla frase che aveva lasciata in sospeso e che Nicò faticò a rammentare. "Ce ne frega, ce ne frega…" Natoli lo disse con un movimento lento e grave della testa. Un’ammissione di colpa. La liberazione da un peso. Una confessione definitiva. "Il nostro bel tipo non è il signor Nessuno che vogliono darci a intendere. E’ un professionista esperto. L’hanno messo in vendita al miglior offerente."
Nico seppe che era cominciata la discesa all’inferno.
"Noi siamo uomini con uso di mondo." Adesso Natoli sorrideva. "Abbiamo imparato che ciò che è non appare e ciò che appare non è. O mi sbaglio?"
L’interrogativo fu circondato da un silenzio totale. Ammesso che Natoli sbagliasse, poteva essere Nico a rinfacciarglielo?
"Dunque formuliamo un’altra ipotesi. Il signor Nessuno è disponibile. O in proprio o per conto terzi. Ha già ricevuto un’offerta, l’ha accettata, è stato ingaggiato. Ma ingaggiato da chi? Scartiamo il nostro Servizio, in caso contrario lei, signor De Santis, non sarebbe seduto a quel posto, dove sembra che stamattina qualcuno l’abbia imbullonato. Ingaggiato dai furbissimi carabinieri? Ingaggiato dalle anime in pena del Sismi? Ingaggiato dagli assatanati della guardia di finanza? O da tutti quanti? Cioè dalle anime in pena del Sismi che stanno in una bella loggia massonica coperta dove sono pappa e ciccia con i furbissimi carabinieri e hanno anche l’opportunità di fare l’occhietto agli assatanati della guardia di finanza sotto l’alta considerazione di tre-quattro ministri?"
Natoli abbandonò la vetrata e marciò impettito su Nico. "Lei mi capisce… Una situazione davvero spiacevole."
Nico capì che trattenere i centomila dollari falsi era stato l’affare più catastrofico della sua scombinata esistenza. Capì che anche volendo non avrebbe avuto un’altra chance. Capì che avrebbe preferito stare all’ambasciata di Tirana al posto di Gervasutti e che invidiava Andò rispedito a Corleone.
Natoli s’impossessò di nuovo della fotografia. Nico gliela cedette nella speranza di allontanarsi da quella vertigine senza fine.
"TelAviv-Cairo-Casablanca-Barcellona-Marsiglia-Nizza-Sanremo-Milano… Bel giro, non è vero signor De Santis? Il nostro amico viaggia. Sarà un signor Nessuno, però dispone di mezzi, sebbene disdegni i grandi alberghi e preferisca le pensioncine a conduzione familiare. Non è curioso di sapere che cosa facesse il signor Nessuno prima di questa passeggiatina lungo il Mediterraneo? Non è curioso di conoscere chi lo manda, chi è il suo padrone, che cosa il signor Nessuno si attende dal futuro?"
Nico fu avvolto da uno sguardo scintillante. Che bella suggestione sentirsi al centro dell’attenzione. Bravo, il minchione: così pagherò pure questa.
"Da tre giorni", proseguì Natoli, "il signor Nessuno si è piazzato in una pensione di Milano. La pensione Aurora in via Castaldi… Zona di porta Venezia. Mi dicono che sia un quartierino a modo: prostituzione e terzo mondo. Il signor Nessuno si fa chiamare Gino Bellei. E’ tutto suo".
"Mio?" reagì Nico, messo a disagio dall’aggettivo possessivo.
Natoli scrutò la faccia nella foto. "Un tempo il nostro caro signor Nessuno si chiamava Matteo Corsini, membro della 26 Ottobre. Le dice qualcosa questo nome?"
Quale nome? Matteo Corsini o la 26 Ottobre? Gli dovevano dire qualcosa? E che cosa? Terrorismo? Per questo il volto aveva un’aria domestica? Ma più cercava di bucare il muro delle sue reminiscenze, più ripercorreva con la memoria inchieste e dossier, più era sicuro di non averlo incontrato. Nico fu consapevole che qualsiasi risposta l’avrebbe sprofondato nel tunnel senza uscita. Di conseguenza pronunciò un "no" flebilissimo.
"La 26 Ottobre fu un gruppuscolo terroristico, che mise a segno un solo attentato: nel dicembre del ’78 assassinarono un secondino delle Murate. Erano tutti ragazzi di Firenze, c’era anche Matteo Corsini. Riuscì a fuggire con un complice a Berlino Est. Vi rimase sino alla caduta del Muro e alla riunificazione delle due Germanie. E dopo?"
Nico temette che la domanda potesse riguardarlo.
"Il niente più assoluto. Il buio più profondo. Matteo Corsini è stato inghiottito dalle viscere della terra. Morti i genitori, inesistenti altri rapporti di parentela, chi si ricordava ormai di lui? Poteva restarsene tranquillo dentro il buco che l’aveva ingoiato… Purtroppo ne è uscito."
Il tono di Natoli era quello di una condanna a morte.
"E’ dipeso da lui o da chi lo ha protetto per quindici anni? Io ritengo che non sia dipeso da lui." Natoli aveva arricciato muso e naso: quel giudizio gli costava fatica, che nessuno osasse discuterlo. "L’hanno risputato fuori con una nuova identità, ma qualcuno si è premurato di farcelo sapere. E come l’ho saputo io, l’avranno saputo gli altri."
Natoli aveva stampato in faccia un disappunto di prima qualità. Gradualmente, però, lo mutò in grande comprensione: lui conosceva le umane debolezze, lui sapeva che a volte si è cattivi contro la propria volontà, lui era disposto a portare i pesi che spaventavano il prossimo… "Ma chi è Matteo Corsini? Chi è questo signor Nessuno, che un mattino compare al nostro orizzonte e del quale siamo costretti a occuparci? E’ per caso un comunista? Ma il comunismo non esiste più… Chi se lo ricorda? I suoi figli lo ricordano? Hanno mai letto da qualche parte che è esistito il comunismo? Nei libri di storia dei suoi figli un movimento durato settant’anni quanto spazio può riempire? Tre pagine?"
"Non ho figli" si scusò Nico.
"Come mai?…" Natoli fu irritato dalla notizia, ma proseguì imperterrito. "Comprende, signor De Santis? Il comunismo si è talmente dissolto che definirlo defunto è riduttivo. Chi può sperare di ridestarlo con una mascalzonata, fosse anche la peggiore mascalzonata mai ideata al mondo?" Natoli rivolse gli occhi al soffitto: il sinistro scappò via denunciando un lieve strabismo, di cui Nico non si era mai accorto.
"Chi potrebbe prestar fede a un’azione, a un atto compiuto da un vecchio comunista, nel nome del comunismo, per il bene del comunismo? Lei forse?" Il dito di Natoli parve a Nico più pericoloso di una pistola puntata. "Se le dicessero che un ex terrorista rosso ha messo una bomba, lei sarebbe così sciocco, così primitivo direi, senz’offesa naturalmente, da ritenere che dietro ci sia un complotto dei comunisti?"
"Tuttavia, hanno ucciso anche di recente, si stanno riorganizzando, hanno lanciato proclami…" Nico s’interruppe. Aveva detto anche troppo. Prima di esser retrocesso al terzo piano, aveva dovuto barcamenarsi con un’inchiesta sulla ricostituzione delle Brigate Rosse, del Partito Comunista Combattente, dell’Avanguardia Armata Proletaria, dei Nuclei Comunisti Combattenti. Un’orgia di sigle e di maiuscole. Solo una perdita di tempo.
"Non confonda quei poveracci delle Brigate Rosse, che ancora devono imparare che il sole spunta a oriente e sparisce a occidente, con i comunisti, quelli che una volta venivano chiamati trinariciuti. E’ quel comunismo, che tra l’altro era anche l’unico a incuterci paura, a non esistere più."
Nico decise che arrendersi ai ragionamenti di Natoli fosse la scorciatoia per togliersi dalla poltrona del condannato a morte. Perché ostinarsi a ragionare quando qualcuno si offre di farlo per te e pure gratis? Nico sorrise. Venne subito ricompensato.
"Quindi", continuò Natoli, "noi possiamo concludere che Matteo Corsini sarà pure rimasto un integerrimo comunista, però con il comunismo non c’entra niente. E’ soltanto un normale prestatore d’opera al soldo del miglior offerente o di chi in questi anni gli ha consentito di starsene acquattato, lontano dai suoi numerosi mandati di cattura internazionali… Eccoci al punto nodale. L’uomo venuto dal comunismo…" L’espressione piacque a Natoli: se la gustò da una guancia all’altra come si fa con i vini da etichetta. "… E’ in attesa di diventare operativo o è già operativo? E se è operativo, per conto di chi?"
E lo viene a chiedere a me? Nico tenne la domanda ben rinserrata dentro.
"Signor De Santis, mi ha seguito con attenzione? Tutto chiaro?"
Nico fu sul punto di domandare pietà. Nome, cognome, reparto d’appartenenza. Chiedo che nei miei confronti venga applicata la convenzione di Ginevra per i prigionieri di guerra. La convenzione di Ginevra era sempre in vigore?
"Lei andrà a Milano. Si sistemerà in uno dei nostri ovili." Natoli assunse l’aspetto di un vecchio gentiluomo di campagna, cercò di ripeterne le pose. Era la sua fisima, lo scopo stesso della sua esistenza.
"Si faccia dare l’elenco e scelga l’ovile che le garba."
"Vado a Milano e che faccio?"
"Si tiene pronto."
"Pronto a che?"
"A fare quanto le verrà ordinato."
"E che cosa mi verrà ordinato?" Nico fu indispettito dall’intonazione piagnucolosa della propria voce.
Natoli sospirò da buon padre preoccupato soltanto dell’avvenire e del benessere di un figlio. Erano i frangenti nei quali Natoli si faceva carico del proprio dovere. Pensava di essere un capo vero - cioè un capodiniente secondo la definizione di Nico - e avvertiva la solitudine del potere, che imponeva a lui e a lui solo di trascinare macigni non condivisibili con chicchessia. "Vuole che le ordini qui e subito di seguire il signor Nessuno, al secolo Matteo Corsini, in arte Gino Bellei, e di scoprire quali sono i suoi compiti? Vuole che le ordini di rapirlo e di strappargli una confessione piena, esauriente? Vuole che le ordini di frequentarlo, di dividere con lui il sonno della notte?" Tranne dormire assieme nello stesso letto, Nico non avrebbe avuto da eccepire sul resto. "Vuole, insomma, che ficchi lei e di conseguenza il Servizio nelle fauci altrui? E’ questo che vuole, Domenico?" Natoli che chiamava un sottostante con il nome di battesimo… Quando mai si era visto e quando mai si sarebbe visto… Nei corridoi dei quattro piani ne avrebbero parlato a lungo.
"Domenico…"
Nico dapprima faticò a capire che Domenico era lui, poi sì senti perso. Quella confidenza che cosa poteva essere se non un anticipazione della rovina imminente?
"Domenico… Ragioni. Se alle spalle di Corsini agiscono soltanto i suoi padroni, la vicenda potrebbe anche non riguardarci. Se, viceversa, c’è di mezzo il Sismi, se sono interessati i carabinieri o la guardia di finanza, se su tutto vigila qualche importante fratello massone, il signor Nessuno avrà intorno non uno, ma dieci cordoni di sicurezza. Farsi vedere anche a un chilometro di distanza equivarrebbe a suonare il campanello d’ingresso e dire: siamo qui. Ci conviene farlo? Secondo lei, ci conviene farlo?"
La risposta era scontata. Ma se il signor Nessuno guazzava dentro quelle acque, perché andarsi a tappare in un ovile, come venivano definiti gli appartamenti sicuri?
"Tenga…" Natoli aveva in mano un esemplare microscopico di telefonino al quale con un elastico erano allacciate tre schede.
"Provenienza elvetica. Impossibile da rintracciare. Le darò un numero da contattare, che è nella mia disponibilità. Se non rispondo io, lasci pure un messaggio nella segreteria telefonica. E’ inaccessibile dall’esterno. Aspetti, comunque, che sia io a chiamare. Lei comunichi soltanto da questo. Immagino che abbia un cellulare del Servizio…"
"Sì…"
"E anche uno personale…"
"Veramente no." Nico aveva sbirciato le bollette telefoniche degli amici per stabilire che non poteva permettersi un cellulare privato. La cuccagna, però, era finita. Lo sguardo di Natoli non dava adito a dubbi. Avrebbe fatto controllare il traffico del suo cellulare e gli avrebbe presentato il conto. E tuttavia Nico avvertì un sollievo insperato: forse sarebbe tornato.
"Mi dia il suo telefonino… Quello che ha in uso."
Nico ubbidì in silenzio.
Quante osservazioni gli rimasero sulla punta della lingua o nel profondo della mente. Nico preferì assecondare lo straniamento che l’aveva assalito, lo stesso che sopraggiungeva allorché tagliavano il traguardo tutti i cavalli eccetto il suo. Pensò che fosse scritto così. E se non fosse stato scritto? Se prima della storia fosse arrivata la cronaca a chiedergliene conto? Magari sotto le spoglie di un puntuto sostituto procuratore? Nico si ritrovò seduto alla sua mini scrivania. Com’era finito il colloquio con Natoli? Ah, sì: gli aveva detto di salire su un aereo per Milano intorno a mezzogiorno ("Non prenda l’Alitalia, si serva di quelle compagnie che fanno pagare la metà"). Milano significava il passato che tornava e con esso il malessere di angosce mai dissolte.
Guidando verso l’appartamento di piazza della Balduina, Nico non riuscì a concentrarsi su ciò che l’attendeva: il viaggio a Milano, il signor Nessuno, i misteri sulla sua presenza. Gli rintronava nelle orecchie una frase che ancora nessuno gli aveva intimato, ma che gli avrebbero intimato al più presto: dica la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Ed egli che cosa avrebbe potuto dire? Che quella vicenda all’apparenza non aveva né capo né coda? Oppure avrebbe dovuto ammettere che al suo naso di collaudato annusatore puzzava peggio di un cacatoio, ma la vigliaccheria, l’abitudine gli avevano impedito di reagire?
Che cosa aveva specificato Natoli?… Siamo uomini con uso di mondo… Ebbene, l’uso stavolta prometteva di essere più spregiudicato del solito, quel tanto che bastava per entrare nella storia attraverso la cronaca nera. La scelta consisteva fra l’annuncio funebre e il rinvio a giudizio...
Signor De Santis, che cos’ha da dire a questa corte a suo discarico?
Nico incominciò a enumerare.
Era stato intontito dagli arzigogoli di Natoli.
Era stato troppo preoccupato dalla propria sorte.
Era stato impaurito dall’evenienza che il Servizio Informazioni dovesse vedersela con la polizia, con i carabinieri, con la guardia di finanza, con gli altri spioni.
Aveva temuto che fosse una trappola per topi e lui l’esca.
Non si aspettava di dover entrare subito in azione e di conseguenza era stato gelato dall’ordine di Natoli.
Ignorava quale fosse l’obiettivo.
Signor De Santis, sta scherzando o parla sul serio? Lei davvero ritiene che questa corte possa prendere sul serio un tale elenco di banali giustificazioni? L’avverto, lei rischia di essere processato anche per oltraggio alla corte…

Nico si accorse di aver abbandonato il volante. Le cinque dita della mano sinistra stavano alzate assieme al pollice della destra: sei buoni motivi per filare dritto dritto in galera. Non una di quelle giustificazioni avrebbe abbindolato un giudice. Nel suo ambiente l’innocenza era esclusa. Neppure a cercarlo con in lanternino avrebbe rintracciato qualcuno così sprovveduto da prestar fede all’ingenuità di Nico De Santis dopo un quarto di secolo trascorso rimestando tra vizi e corruzione, tra compromessi e falsità.
Perché sarebbe andato tutto a catafascio.
Nico ne conosceva i sintomi, ne avvertiva la piccola impalpabile inquietudine, ne coglieva il desiderio di sbrigarsi, di raggiungere quello sfinimento che lo intorpidiva a disastro concluso. Troppe volte l’aveva sperimentato con i cavalli per non ritenersi un esperto del ramo.
Che cos’era per lui la galera? Scartò mille risposte, ne bastava una: essere privato di Luisa. Gli piaceva svegliarla, udirla farfugliare fra uno sbadiglio e l’altro, toccarla, annusarla. Luisa era il focolare, era il rifugio, era la quotidianità, era le piccole convenzioni, era quella parte di mondo che aveva impedito al suo cervello di finire in acqua. E ancora: Luisa era i vecchi rancori, le vecchie usanze, i vecchi comodi, le vecchie ipocrisie, le vecchie finzioni, le vecchie gentilezze. Aveva un gran bisogno di Luisa. Voleva invecchiare con lei, voleva godere con lei il frutto dei mille arrangiamenti, voleva che fosse l’ultima visione dei suoi occhi.
Nell’uscire di casa con il borsone in mano fu trafitto dal presentimento che non vi avrebbe rimesso piede. Fece dietrofront, usò il telefono del salone, ma il numero della scuola dava occupato. Lo rifece una, due, tre volte. Pregò Iddio e l’anima buona di suo padre: aveva bisogno di ascoltare la voce di Luisa, di rovesciarle addosso ogni paura per riceverne conforto. Ma Iddio e l’anima buona di suo padre avevano altro da fare: il numero della scuola continuò a essere occupato e Luisa in segreteria teneva il telefonino staccato. Sul tavolo della cucina lasciò un messaggio nel foglio di carta a quadretti. "Partenza improvvisa, non so quanto manco. Provo a farmi sentire. Ciao amore." Luisa vi era abituata. Mai mostrato di dolersene, mai avanzata una lamentela, mai detto di essere rimasta a macerarsi nelle preoccupazioni, mentre Nico se ne stava a veder scorre fiumi che non trasportavano i cadaveri dei suoi nemici. Dove l’avrebbe trovata un’altra come Luisa?
Nel taxi diretto a Fiumicino Nico provò a rincuorarsi. Che cosa aveva questa missione di strano, di diverso, di pericoloso da tutte le altre? Sarebbe tornato a casa, Luisa sarebbe stata lì ad attenderlo ed egli quale seconda cosa avrebbe posato il borsone…
Le posso telefonare da Milano, da una cabina... e se le controllano?
Natoli avrebbe rifatto il viso dell’armi e avrebbe aggiunto un’altra tacca, ma erano ormai così numerose le tacche a nome di Nico, che una più o una meno… Davvero Natoli poteva aver messo sotto ascolto le cabine telefoniche di Milano? Forse quelle attorno all’appartamento di via San Giovanni sul Muro scelto da Nico. Il Servizio Informazioni, però, non aveva una centrale come il Grande Orecchio dei carabinieri o il Piccolo Orecchio della guardia di finanza. Ogni volta bisognava richiedere l’apparecchiatura a una ditta privata. Quante erano le cabine attorno a San Giovanni sul Muro? Dieci? Venti? Troppo poche per escludere che non fossero tutte taroccate. E c’era pure un’altra possibilità: che Natoli l’avesse affidato a due squadre di pidocchi già appostate sotto l’ovile. Altro che Grande Orecchio, Piccolo Orecchio o ditte private. Com’è che non ci aveva pensato prima? Quando mai Natoli si era fidato di un suo agente? E poteva Nico presumere che si fidasse di lui per un’operazione così misteriosa?
Doveva dare per scontato che se avesse telefonato a Luisa, Natoli l’avrebbe saputo. Magari gli ascoltavano il telefono di casa, magari erano già sintonizzati sul cellulare di Luisa.
Maledizione a Natoli e alle sue manie di sicurezza. Appena nominato capodiniente aveva fatto sparire i telefoni da ogni ovile, in seguito erano spariti tutti i vecchi ovili sostituiti dai nuovi, naturalmente sprovvisti di telefono. Era stato il suo biglietto da visita.

"E bravo il dottor Natoli. Con la scusa della sicurezza si mette in tasca 100 euro al mese per ogni ovile."
Nico aveva l’abitudine di ricordare la confidenza, non il confidente: tanto uno cui attribuire la paternità si trovava sempre. Almeno fin lì l’aveva trovato. Allora, chi caspita gli aveva passato quella confidenza su Natoli? Uno dei cinquanta spazzati via dal tornado dell’ultima riforma? Nico aveva controllato: erano duecento gli ovili nuovi nella disponibilità del Servizio Informazioni.
Neanche dovessimo accogliere l’intero Kgb, che Dio l’abbia in gloria.
La moltiplicazione era stata tanto semplice quanto d’effetto: cento euro per duecento ovili davano ventimila euro di guadagno al mese, al netto da qualsiasi tassazione e da qualsiasi occhio indiscreto.
Quelli che sulle note spese ci campavano, la gloriosa palude, avevano pensato di sistemare Natoli inviando a giornali, magistrati e ministri una decina di lettere anonime corredate dalle fotocopie dei veri contratti d’affitto dei duecento ovili e dalla fotocopia del mandato di pagamento nel quale, sotto la voce foresteria, risultava la cifra ufficiale con la malandrina maggiorazione dei ventimila euro. Detto fra noi: un lavoro boia. In cinque erano stati costretti a dedicarvisi giorno e notte per una settimana. A un mese spaccato dall’invio del malloppone, nel giro di sei ore non era rimasta neppure la cartella personale dei cinque che s’erano dati da fare. Scaraventati fuori da ogni impiego, privati dello stipendio e della pensione, rinviati a giudizio, accusati di ogni reato possibile, compreso quello di attentato alla Costituzione.
Chissà per quale oscuro motivo i giornali avevano scritto che i cinque erano coinvolti in un’operazione di depistaggio per impedire al sacrosanto nuovo di subentrare al deteriorato vecchio. Il settimanale new age e a la page, un tempo si sarebbe detto di sinistra, aveva dedicato alla vicenda la storia di copertina concludendo che dietro le lettere anonime si scorgeva la manona di quanti erano stati emarginati dall’improcrastinabile riforma del Servizio Informazioni.
La palude aveva rumoreggiato: Natoli nuovo? Nel senso che è il nuovo modo di tenere a galla il vecchio.
Per Natoli comunque si era trattato di un autentico trionfo. La palude un po’ ammaccata ne aveva preso atto e si era adeguata. Rimaneva, tuttavia, l’enigma di un potere che aveva pochi precedenti. Gli orfani delle note spese si erano lanciati sulle piste della carriera di Natoli. Ognuno di essi aveva annunciato di aver trovato la spiegazione vincente.
"E’ un massone di provata fede."
"Non è esatto. E’ stato dapprima iscritto al Grande Oriente d’Italia, poi ha traslocato alla Gran Loggia d’Italia, alla fine ha fondato una propria loggia coperta che raccoglie ’fratelli’ dell’una e dell’altra obbedienza."
"Non è esatto neppure questo. E’ stato cacciato da entrambi i posti, aveva però accantonato una tal massa di documenti riservati che quando ha fondato la sua loggia né gli uni né gli altri hanno avuto il coraggio di fiatare. Tiene in mano le palle degli uni e degli altri e quando ne ha voglia, stringe."
"Un mese dopo la nascita della sua loggia l’hanno promosso prefetto e nominato responsabile dell’Ufficio O."
"Le prove?" Aveva chiesto Nico al termine dell’ennesimo racconto che faceva risalire a Natoli persino la decisione di Eva di accettare la mela dal serpente.
"Ma se lo sanno tutti…"
Nico non lo sapeva e aveva cercato di sapere. Si era introdotto nella delegazione che aveva incontrato Natoli per alzare il massimale dei buoni pasto. Natoli li aveva ascoltati per venti minuti, poi aveva pronunciato un diniego secco secco. Nico si era congedato per primo e nel congedarsi aveva allungato la mano. Sul viso di Natoli era sceso un velo di fastidio, tuttavia il no all’aumento era troppo fresco e troppo umiliante perché rifiutasse anche un saluto formale. Così Nico aveva avuto la mano di Natoli a disposizione: con l’indice destro aveva appena appena vellicato il palmo, era il gesto di riconoscimento più diffuso tra "fratelli" massoni, il primo che avevano svelato a Nico quando l’angelo custode, che dal commissariato di Tor di Quinto l’aveva fatto trasferire al Servizio Informazioni, gli aveva suggerito d’iscriversi nella loggia di fresco conio del Grande Oriente d’Italia, la Propaganda Fidei.
Nel rivelarsi Nico aveva tenuto lo sguardo piantato sulla faccia di Natoli. Non il più piccolo guizzo si era manifestato su quella pelle foruncolosa e sanguigna. Un’indifferenza sovrana più la sensazione d’irritamento trasmessa dalla mano di Natoli mentre scappava dal contatto. A Nico era sopraggiunto il dubbio che il segnale di riconoscimento fosse cambiato, che durante gli anni nei quali era entrato ’in sonno’ - aveva smesso di frequentare a causa di Klaus - fossero subentrate altre procedure. Dal pomeriggio della fugace stretta di mano, Nico aveva però avuto l’impressione che Natoli lo guardasse in modo diverso. Volendo, la stessa punizione per i dollari falsi era stata inferiore a quella di Gervasutti e di Andò.
Eppure Natoli nell’ordinargli di tampinare il signor Nessuno s’era scatenato contro i massoni registi occulti del rientro in Italia del signor Nessuno. Ma quali massoni: quelli di qua, quelli di là, quelli senza fissa dimora? Come gli capitava spesso, Nico si ripeté tutto ciò che avrebbe potuto dire e fare. Adesso che non servivano, gli sgorgavano facili le risposte migliori, le domande più insidiose.
In aereo tentò di sonnecchiare. In fondo era come alle corse dei cavalli. Ci sono loro e c’è il destino: si punta su entrambi. Se il destino aveva voglia d’intervenire, perché preoccuparsi? E se non aveva voglia d’intervenire, perché preoccuparsi egualmente? Gli venne in dispetto la sua intera vita. Niente di cui gloriarsi e niente da raccontare. Cioè, di roba ce n’era, tuttavia sarebbe stata giudicata inadatta pure per quei programmi televisivi che sul morboso e sul proibito ci campavano.
Aveva davvero sprecato i suoi cinquantatré anni?
Una voce femminile annunciò che tra quindici minuti sarebbero atterrati a Milano, aeroporto di Linate. Un vuoto d’aria lo riporto su. Non era vero che niente di lui sarebbe rimasto: l’appartamento per i suoi genitori in piazza della Balduina di fronte all’ampia casa in cui viveva con Luisa, il bungalow di Torvaianica, i centocinquantamila franchi svizzeri sul conto cifrato. Eh no: sua madre e la buonanima di suo padre, Luisa, i figli delle sorelle di Luisa, eredi a cent’anni di quel bendidio, avrebbero potuto smentire anche subito che Nico De Santis fosse vissuto invano.
Era stato suo dovere provvedere alla famiglia, dare a essa una fettina di benessere e a se stesso il senso di aver compiuto la missione per la quale era venuto al mondo. Suo padre non aveva meritato una casetta di proprietà in cui chiudere gli occhi dopo quarant’anni passati a staccare biglietti nei teatri? E sua madre? Donna di pulizie, aggiustavestiti, lavorante di orli e di merletti, mai un cinema, una vacanza, uno svago… Il pensiero di sua madre confortò Nico. Fu orgoglioso di aver consentito a sua madre - ridotta a un uccellino dopo esser stata un diavolaccio, con gli occhi velati, le mani ingrippate - di acquistare il primo abito in un negozio, di possedere un grande televisore che le faceva compagnia in giornate sempre più lunghe e più vuote, di avere a disposizione i ragazzi delle botteghe pronti a portarle la spesa in casa.
Figlio d’oro lo chiamava sua madre.
Ma non gli bastò. La positiva comparazione tra i debiti e i crediti affettivi non sciolse il grumo d’insoddisfazione che si portava dentro. Il cielo grigio e l’afa di Milano lo fecero star peggio. Era stato a Milano cento aggiustamenti prima, che equivalevano anche a mille scommesse prima.



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