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Prologo
Alpino per sempre


C’è Pietro Cella capitano quarantacinquenne nato sugli Appennini parmensi, che ha seguito l’intera trafila da caporale in su ed è arrivato tardi al ruolo d'ufficiale. Ad Adua, il 1º marzo 1896, comanda la 4a compagnia del I battaglione Alpini d'Africa: rimane da solo a coprire la ritirata dei suoi da monte Raio. É la prima medaglia d'oro del Corpo.
C’è anche il colonnello Davide Menini ad Adua. Nell’ agosto del 1882 ha guidato una marcia di duecento chilometri per omaggiare la regina Margherita. Nella valle del Jehà, benché ferito, si protende nell’ ultimo assalto con la sciabola sguainata. Muore gridando "Avanti alpini...". La sua fine gloriosa diventa la copertina della Tribuna Illustrata.
C’è Jacopo Cornaro giovane tenente, che durante un’ esercitazione arriva al confine con la Francia. Dall’ altro lato un gruppo di ufficiali intenti al rancio sturano una bottiglia di champagne e con finta cortesia lo invitano a raggiungerli per un brindisi. A patto di superare un profondo burrone largo cinque metri. In tenuta di marcia e affardellato, Cornaro prende la rincorsa, supera il burrone, si presenta agli stronzi confratelli transalpini, vuota il calice, sbatte i tacchi, saluta militarmente, riprende la rincorsa e atterra in Italia.
C’è Oreste Valsecchi comasco, 51a compagnia dell’ Edolo, in un fortino nei pressi di Tripoli, 1912, solleva un macigno e lo scaraventa contro gli aggressori arabi. Il gesto verrà immortalato nei monumenti del 5º a Milano, a Merano, a Edolo.
C’è don Floreano Dorotea, detto "Prè Florio", è il parroco di Cleulis nella Carnia. Il mattino del 26 marzo 1916 durante la messa domenicale un ufficiale si avvicina all’ altare e gli bisbiglia poche parole. Dopo l’ "Ite missa est" don Dorotea avvisa i fedeli che sul Pal Piccolo gli alpini del Val Tagliamento, del Val Maira, del Tolmezzo sono nelle grane, servono munizioni. Per trentasei ore a fila, "Prè Florio", nominato nel 1903 cavaliere della Corona d'Italia per aver salvato alcune penne nere disperse nella tormenta, guida colonne di parrocchiani e di parrocchiane fino ai quasi duemila metri delle postazioni italiane. Portano armi, munizioni, viveri sotto l’ imperversare del fuoco d'interdizione dell’ artiglieria austriaca.
C’è Matteo Ingravalle sottotenente nella 61a compagnia del battaglione Vicenza. Il suo comandante è Cesare Battisti. Nell’ alba del 10 luglio 1916, durante lo scriteriato assalto a monte Corno, in Vallarsa, Ingravalle rimedia otto ferite. Invita Battisti a fuggire per non farsi catturare dagli austriaci, che hanno condannato a morte tutti i transfughi con la divisa italiana. Battisti, invece, gli fascia la ferita più sanguinante: "Per me non C’è più niente da fare, mi attende la forca. Ho da chiederle un ultimo favore, quando tornerà a casa". Scrive velocemente un bigliettino per la moglie Ernesta, lo dà a Ingravalle e si consegna agli austriaci, che hanno già circondato la compagnia.
C’è Michele Venier, tenente del V raggruppamento. Per mesi e mesi vive appollaiato sulle Tofane, mentre il comandante, il colonnello Giuseppe Tarditi, se ne sta a Vervei. Nella tarda estate del '16, durante una bufera di neve, Venier passa tutto intabarrato dinanzi alla porta del comando, dove gigioneggia impettito e al riparo Tarditi. "Tenente, lei non conosce né saluta il suo colonnello...". Venier abbassa la mantellina, con cui protegge il capo: "Colonnello io sto di casa lassù, sul Masaré, dove non ho mai avuto l’ onore d'incontrarla". Sbatte i tacchi e prosegue sotto la neve.
C’è Carlo Rossi, capitano comandante della 96a compagnia. Saputo dell’ uccisione in territorio italiano del capitano austriaco Emanuel Barborka, assai noto in Val Badia, immediatamente dispone gli onori militari alla salma. Tutti sull’ attenti dinanzi a un nemico ammirato e temuto per le sue incursioni in Val Travenanzes.
C’è Giuseppe Caimi tenente del battaglione Feltre, prossimo ingegnere e mezzala dell’ Inter. Nel 1912 il ct azzurro Vittorio Pozzo l’ ha depennato dalla nazionale per le Olimpiadi di Stoccolma a causa della sua eccessiva passione per le gonnelle. Volontario nel conflitto, Caimi si è distinto in azioni spericolate al punto da meritare tre medaglie d'argento. Il 14 dicembre 1917 si prodiga nella difesa di monte Valderoa, sul massiccio del Grappa. Muore per le ferite riportate. Avrà la medaglia d'oro
C’è un altro tenente, proprio il trentenne Vittorio Pozzo, già conosciuto per le imprese da allenatore di calcio, rifiuta di starsene riparato in un ufficetto e si fa tutta la guerra accanto ai soldati, contento di essersi rappacificato con Caimi incontrato in mensa poco prima del decesso. l’ esperienza tra le penne nere segnerà l’ esistenza di Pozzo, il più grande commissario tecnico della storia azzurra, vincitore di due mondiali, di un’ olimpiade, di alcune edizioni della coppa Internazionale, la mamma degli europei. Pozzo, che saluterà sempre alla maniera militare con la mano alla fronte, che risponderà "comandi" a ogni richiesta, tratterà i suoi azzurri come ha imparato a fare con gli alpini in trincea, si appellerà di continuo alla religione della patria, evocherà il Piave, li condurrà in meditazione al sacrario di Redipuglia.
C’è Vittorino Bozzi, 933a compagnia mitraglieri del Val Baltea, nella vita fa il tipografo e ai 3mila metri abbondanti del Corno di Cavento ha portato la minuscola macchina tipografica, dieci chili di caratteri in piombo e il barattolo dell’ inchiostro. Così nell’ estate del '17 nasce dentro una baracca il TAMOCO (è la versione affettuosa di crucco), settimanale di quattro pagine, formato 15 centimetri per 9, un mini tabloid redatto dai centocinquanta componenti della 933a. Dopo qualche settimana il nome cambia in LA MITRAGLIA.
C’è Salvo Salvioni colonnello comandante del X gruppo. Il 23 ottobre 1917, il giorno di Caporetto, riesce dapprima a organizzare la disperata resistenza dei suoi battaglioni e poi, nel tardo pomeriggio, raccoglie centinaia e centinaia di sbandati attorno a due gruppi campali di obici sul punto di essere disattivati. Così protegge i superstiti del Morbegno, del Monte Berico, del Vicenza e rifila un po' di sberle agli austroungarici della 1a divisione.
C’è Gennaro Sora capitano del 6º. Nel maggio del '28 segue la spedizione al Polo Nord del generale Nobile con il dirigibile Italia. Quando il dirigibile sparisce, Sora lo cerca per settimane tra i fiordi. Il 18 giugno, dopo che è stato intercettato lo sos dei naufraghi, strappa il permesso di partire con due slitte ed una muta di cani. l’ accompagnano l’ olandese Van Dongen, un ragazzone di ventitre anni conducente della muta, e un esperto polare, l’ ingegnere danese Warming, che dopo alcuni giorni s'ammala e si ferma a Capo Platten. Sora e Van Dongen vivono un mese d'inferno: ogni chilometro viene strappato a costo di sacrifici e sofferenze. Dopo il salvataggio di Nobile e dei sopravvissuti del dirigibile, la fortuna di Sora e di Van Dongen è di essere avvistati da un aereo svedese.
C’è Efrem Reatto tenente del battaglione Feltre. Ha avuto un passato giovanile nel fascismo fino alla grande passione per gli alpini. Volontario in Etiopia, il 27 febbraio '36 è inserito in uno speciale gruppo di venticinque alpini rocciatori votati alla conquista dell’ arduo picco dell’ Amba Uork strenuamente difeso dalle truppe di ras Cassa Darghiè e ras Sejum. Nel corso dell’ operazione viene ferito alla spalla, ma rifiuta di essere evacuato. Partecipa ancora agli scontri e rimedia una seconda ferita all’ inguine, fatale.
C’è Augusto Noacco, sergente del battaglione Cividale. Nel commovente Sette anni con la Julia racconta i giorni sul Golico, durante la campagna greco-albanese. Gli alpini devono approfittare delle pause dei combattimenti per recuperare i cadaveri dei commilitoni: li fanno scendere lungo le nevi gelate del canalone come facevano da boscaioli con i tronchi degli alberi.
C’è Bruno Oradini tenente del Val Natisone. Nel gennaio del '41 si presenta al deposito di Durazzo per ritirare le armi e la cassetta metallica con gl’ indumenti. Il furiere gli chiede: "A quale indirizzo e a chi dobbiamo restituire la roba in caso di morte?".
C’è Alessandro Annoni maggiore comandante il battaglione Mondovì. La truppa lo adora per la sua intensa partecipazione alla vita di ognuno, per il condividere rinunce e pericoli. Nella perlustrazione notturna degli avamposti la sua borraccia con il cognac viene baciata da tutte le sentinelle. In Albania ha tenuto contro ogni previsione il Bregu i Math. Nel marzo '41 il battaglione è mandato con la divisione Cuneense in Jugoslavia a incontrare le avanguardie germaniche. A Maqellara-Dehar il Mondovi è duramente impegnato, il maggiore Annoni mortalmente ferito. Un mese dopo nascerà il suo primogenito.
C’è Giovanni Don bocia del battaglione Cividiale. Ferito e catturato in Grecia, al rientro in Italia viene assegnato a un reparto di contraerea a Tarvisio. Ma quando il battaglione nel luglio '42 parte per l’ Urss lui sale sulla tradotta senza fucile e senza zaino. I commilitoni lo nascondono fino all’ arrivo a Isjum. "Sono tornato a casa" dice presentandosi al comandante e questi si deve sbattere per fargli cancellare l’ accusa di diserzione. Don figura tra i 104mila rimasti sulla steppa ghiacciata.
C’è Paolo Caccia Dominioni, combattente pluridecorato delle due guerre, ingegnere, agente segreto, patriota in montagna contro i tedeschi: è il nostro Lawrence d'Arabia con meno paturnie. Nel 1918 ha perso l’ amatissimo fratello Cino, sottotenente degli alpini, e a el Qattara nel '42, da comandante di un decoratissimo battaglione guastatori, sfoggia fra le dune il cappelluccio con la penna. Lo stesso che conserverà nei quattordici anni trascorsi nel deserto dopo il conflitto alla ricerca delle salme dei caduti di ogni Nazione. Fino alla costruzione dello struggente sacrario italiano di quota 33, dove cominciava la linea di el Alamein
C’è Leonardo Caprioli sottotenente 110a compagnia armi d'accompagnamento dell’ Edolo. Il 16 dicembre ‘42 si presenta negli uffici della Tridentina a Novo Kalitva. Deve ritirare la licenza per tornare in Italia a sostenere un esame universitario. All’ improvviso rimbomba il cannone, voci concitate parlano di un intero reggimento sovietico contro la 52a compagnia, dove il fratello Pietro è tenente. Leonardo corre subito indietro, addio alla licenza e all’ Italia.
C’è Gino Campomizzi portaordini del battaglione l’ Aquila. Si è già distinto in Albania. A ogni elogio degli ufficiali replica: "Tutti i miei compagni sanno fare quello che faccio io". Il 25 dicembre '42 s'immola a Krinitschnaja per difendere quota 204.6.
C’è Giuseppe Toigo plotone arditi della 264 compagnia del Val Cismon. Il 28 dicembre per riprendere una postazione si fa legare con la mitragliatrice sullo scafo di un carro armato tedesco. l’ azione riesce, lui ferito ci rimette la vista.
C’è Peppino Prisco sottotenente ventunenne della 108a compagnia dell’ Aquila. La sera del 31 dicembre 1942 batte i piedi per il gelo nel capannone alle spalle del quadrivio di Selenyj Yar. In una settimana ha visto tanti amici crepare malamente attorno a lui. Prima di cedere al sonno chiede una grazia speciale: "Buon Dio, fammi morire questa notte". Ma il Padreterno ha invece altri progetti: una sfolgorante carriera da avvocato e un’ indimenticata vicepresidenza dell’ Inter.
C’è Renzo Palumbo sottotenente della 17a batteria del gruppo Udine. Spira il 18 gennaio ‘43 a Olikowakja caricando con i muli e gli artiglieri una colonna di blindati. Aveva anticipato la laurea in legge per poter partire con la Julia. Un bombardamento distruggerà la sua casa di Bologna. Alla madre rimarrà soltanto la sua medaglia d'argento: ogni Natale l’ esibirà sul cappotto durante la messa in ricordo dei caduti in Unione Sovietica.
C’è il tenente di città Egisto Corradi adibito alle operazioni e servizi della Julia. Il 20 gennaio è a Nowo Postojalovka, dove la Julia e la Cuneense da trenta ore provano a forzare lo sbarramento dei mastodontici carri armati T34. Finisce in un’ isba, che ospita i comandanti delle due divisioni, Ricagno e Battisti. Dalle finestre spiano il passaggio dei sovietici, rassegnati al peggio. All’ improvviso risuona un urlo: "Dai che scappano, dai che scappano...". l’ ha lanciato il capitano Franco Magnani dell’ 8º. Non è vero, ma dall’ isba di Corradi e da quelle vicine centinaia di morituri imbacuccati irrompono sulla spianata innevata, corrono contro il nemico lanciando il grido di guerra: "Tutti i vivi all’ assalto". Corradi la scamperà, diventerà il più grande inviato di guerra italiano, inarrivabile pietra di paragone per generazioni di giornalisti, scriverà una scarna e rabbrividente testimonianza, La ritirata di Russia.
C’è Italico Nonino anche lui tenente della Julia: in quei giorni di tormenti ha già sfidato la morte assieme a Corradi. La sera del 20 gennaio accetta di salire per la prima volta su un cavallo: deve andare in cerca del 9º reggimento del colonnello Fausto Lavizzari. Sparisce nel buio. Nessuno avrà più sue notizie.
C’è Pietro Caprioli tenente della 52a compagnia dell’ Edolo. Il 22 gennaio è a Seljakino. Riceve l’ ordine di avanzare per mettere in sicurezza il borgo di Lessikov. Prima di andare guarda negli occhi il fratello Leonardo curvo sulla mitragliatrice Breda, che dovrà proteggere l’ avanzata.
C’è Enno Donà capitano al comando del battaglione Verona perché tutti gli altri ufficiali sono morti o feriti. Il 26 gennaio, assieme agli altri comandanti degli ischeletriti battaglioni del 6º Tridentina, riceve la missione impossibile: rompere la resistenza dei due reggimenti sovietici a Nikolajevka. I suoi alpini hanno due bombe a mano a testa e due caricatori per il fucile. Il segno della croce e via di corsa sul lunghissimo costone innevato fino al terrapieno della ferrovia. Scoppia l’ inferno, mettere piede nella stazione costa perdite elevatissime. Donà è ferito alle braccia, alle gambe, al fianco destro. Intorno gli muoiono a grappoli. A sera nell’ isba di Nikolajevka alla fine conquistata gli comunicano che dei 240 uomini del Verona ne sono rimasti meno di 20. Donà rientrerà in Italia sopravvivendo a una scheggia di mortaio nel fegato e a un’ altra nel parenchima polmonare. Guarirà in tempo per salire nel settembre '43 in montagna a fare un’ altra guerra, stavolta contro i tedeschi.
C’è Eugenio Giustetto in Jugoslavia con la divisione Pusteria. Il 24 giugno '43 in un paesino tra Spalato e Metrovic la sua compagnia finisce in una trappola dei partigiani jugoslavi. Si mette male, il tenente De Donato gli dice di correre a cercare aiuto. Inseguito dalle raffiche dei mitra, Giustetto raggiunge il comando del reggimento, dà l’ allarme: i rinforzi arrivano in tempo. Lo propongono per una decorazione, ma lui ruba i viveri della compagnia e va a festeggiare con due commilitoni. Lo ritrovano dopo ventiquattr'ore completamente sbronzo. Per punizione due giorni legato al palo e niente decorazione.
C’è Mario Romagnoli colonnello comandante del 33º di artiglieria da montagna. É tra i massimi ispiratori della resistenza della divisione Acqui al tedesco sull’ isola di Cefalonia, dopo l’ 8 settembre '43. Il 24 assieme agli ultimi 130 ufficiali nelle mani dei crucchi viene messo al muro. Ci va con il suo cappello da alpino. Chiede il tempo di prendere la pipa, l’ accende, spegne il fiammifero, tira una boccata, fa segno al plotone d'esecuzione di esser pronto.
C’è Luigi Morena. Giovane tenente dal battaglione Fenestrelle in Montenegro è approdato al battaglione Piemonte del nascente esercito italiano e nel farlo si è messo alle spalle i trascorsi da fascista. Il 17 aprile '45 attacca con la 2a compagnia il grosso mammellone, che separa valle Zena da valle Idice, nei pressi di Bologna. Da solo supera di slancio un canalone zeppo di tedeschi, i quali stupefatti alzano le braccia.
C’è Luciano Zani capitano comandante della 255a compagnia del Val Chiese in Urss. Nel 1978 sta seduto nell’ ufficio di Corradi al Giornale di Montanelli, in via Negri a Milano. Ha pochi capelli, la barbetta bianca, un’ elegante pipa. Corradi snocciola le sue imprese e le sue medaglie: una d'oro, una d'argento, un paio di decorazioni tedesche. Zani commenta sottovoce: "Come dicono a Roma, che s'ha da fa' pÉ campa'".
C’è Andrea Adorno caporalmaggiore del Monte Cervino. Il 6 luglio 2010 è nella valle del Murghab, ovest dell’ Afghanistan. Con la sua arma protegge a meraviglia i commilitoni, che avanzano tra le casupole di un villaggio alla ricerca di talebani. E lo fa anche dopo esser stato gravemente ferito. Mai l’ avrebbe immaginato nelle giornate alla deriva trascorse nella natia Belpasso, a pochi chilometri da Catania. Amicizie sbagliate, troppo alcol. Osservandolo rientrare a casa sempre più tardi e alticcio, il padre una sera gli dice: "Ti vedrei bene con la divisa". Il giorno dopo, durante il pranzo, il papà muore per un ictus improvviso. Andrea decide di arruolarsi. l’ impegno e la dedizione lo portano in uno dei battaglioni più gloriosi dell’ esercito. Per sei volte va in Afghanistan fino a quel villaggio nel Murghab. Ha un appuntamento con la medaglia d'oro. Aveva ragione papà.








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