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Nel nome del Papa-Re


In quell’inizio di 1847 la fresca elezione a Papa di Giovanni Mastai Ferretti (Pio IX) può indurre un vecchio, malandato, disilluso avvocato irlandese ad affrontare da pellegrino il lungo viaggio fino a Roma.
Daniel O’ Connell ha quasi settantadue anni, un fisico provato dagli acciacchi e dalla recente permanenza nelle carceri inglesi.
E’ stato fin lì il più importante politico d’Irlanda, il primo cattolico a conquistare un seggio ai Comuni (1828) e a non occuparlo per il rifiuto di giurare fedeltà a re Giorgio IV.
Il timore di scatenare una violenta ondata nell’insofferente colonia aveva spinto il duca di Wellington, capo del governo, e sir Robert Peel, ministro dell’interno, a esercitare pressioni sulla corona britannica affinché riconoscesse il diritto dei cattolici e dei presbiteriani ad accedere, comunque, a cariche parlamentari.
Subito dopo O’ Connell era stato nominato sindaco di Dublino: non accadeva dai tempi di Giacomo II che un cattolico la spuntasse. Poi aveva promosso la battaglia più ambiziosa: l’abrogazione dell’Act of Union con cui nel 1801 era stata decretata l’unione del regno d’Irlanda al regno di Gran Bretagna.
Il popolo l’aveva seguito in massa, benché il programma di O’Connell si accontentasse di un regno autonomo d’Irlanda sotto la regina Vittoria, della quale era un fervente ammiratore.
Ma l’enorme successo dei comizi, con circa 250 mila partecipanti, aveva messo in agitazione Peel, promosso primo ministro. Era stato dunque proibito quello in programma l’8 ottobre 1843 a Dublino. Nel timore d’incidenti O’ Connell, accanito sostenitore della non violenza, l’aveva annullato. Non era bastato per evitargli l’arresto, il processo, la condanna. Dalla detenzione l’aveva liberato, l’anno seguente, l’intervento della Camera dei Lord. Malgrado la riconquistata libertà, la sua stella volgeva ormai al declino assieme al progetto che l’accompagnava: raggiungere con mezzi pacifici l’autogoverno di un regno irlandese guidato dai sovrani d’Inghilterra.
Alcuni ex sostenitori hanno fondato la Giovane Irlanda e puntano all’indipendenza dell’isola, disposti a usare ogni mezzo pur di raggiungerla. O’ Connell ritiene che soltanto l’indicazione di Pio IX possa stabilire quale sia la giusta via. Da quasi un anno la piccola Europa di quanti sanno leggere, scrivere, nutrire passioni politiche guarda al Pontefice appena designato. Lo ritengono portatore di una ventata d’aria fresca in un panorama di vecchie regole e di vecchi arnesi, quelle e questi usciti oltre trent’anni prima dal Congresso di Vienna. Allora O’ Connell s’imbarca, viaggia su carrozze, percorre brevi tratti a piedi pur di giungere da pellegrino al cospetto del Santo Padre e domandargli una parola di verità. Purtroppo spira a Genova il 15 maggio. Le disposizioni testamentarie stupiscono gl’irlandesi, che dopo la morte l’onorano molto più di quanto non abbiano fatto nel periodo finale della sua esistenza. A differenza del corpo sepolto nel cimitero dublinese di Glasnevin, il cuore dev’essere portato a Roma, dove tuttora riposa nella chiesa di Sant’Agata dei Goti in via Mazzarino, vicino al trono di Pietro.
Per Pio IX si tratta di un altro successo d’immagine - pure all’epoca la si curava, eccome se la si curava… - in un anno zeppo di riconoscimenti internazionali. Ma chi è questo Papa, cui si guarda con un misto di speranza e di preoccupazione? E’ nato nel 1792 a Senigallia, suddito quindi della Chiesa, il cui territorio comprende Lazio, Umbria, Marche, Emilia, Romagna. Il padre, Giordano, appartiene alla riverita famiglia dei conti Mastai Ferretti. Noblesse oblige, dunque, infliggere una sequela di nomi ai figli: il futuro Pontefice, nono della nidiata, è battezzato Giovanni Maria Battista Pellegrino Isidoro. Dal 1803 al 1808 studia presso il celebre collegio degli Scolopi a Volterra. Ripetuti attacchi di epilessia, conseguenza di una gravissima caduta da bambino, lo costringono a interrompere le lezioni e rientrare a Senigallia. I genitori temono che ne possa risentire nel morale, a causa dell’instabilità di carattere legata alla malattia. Il ragazzo, invece, ne approfitta per dedicarsi alla vita di società, per la quale mostra una naturale propensione. Lo descrivono bene in carne, già con il volto da luna piena, che esibirà nelle foto dell’età matura. Palesa doti di cavallerizzo, di schermidore, se la cava nel pallone con il bracciale, sport assai in voga, è imbattibile al biliardo. Tuttavia il meglio di sé lo offre nei rapporti con l’altro sesso: ha un successo straripante, le donne non gli resistono, soprattutto se sposate. Le sue avventure vengono considerate quasi un naturale corso di crescita finché non s’incapriccia di un’attricetta, che a sua volta si è incapricciata del blasone e delle rendite del casato.
Per evitare conseguenze, Giovanni viene spedito a Roma dallo zio Paolino canonico di San Pietro. Qui pare che faccia richiesta di entrare nella Guardia Nobile, la milizia personale del Pontefice, ma la visita medica l’avrebbe bloccato a causa dell’epilessia, dalla quale ufficialmente guarisce nel 1815 dopo un pellegrinaggio a Loreto. Ripresi gli studi in teologia e filosofia prima al Collegio romano, in seguito all’università consegue la laurea quand’è già seminarista e si è distinto per l’assistenza ai ragazzi abbandonati dell’ospizio Tata Giovanni. Secondo i suoi detrattori, avrebbe subito compreso che le uniche opportunità di carriera a Roma le assicuri il Vaticano e senza nemmeno esplicite richieste di stretta osservanza nei comportamenti privati. Gli annali, difatti, sono pieni di ecclesiastici contornati da concubine e figli illegittimi, ma non è il caso di Mastai Ferretti. Una volta consacratosi alla Chiesa, ne diviene uno degli adepti più rigorosi. Sceglie di essere un terziario francescano per evidenziare la vicinanza ai più poveri, al contempo miete successi da predicatore. Una serie di sermoni a Senigallia ottiene un così vasto seguito di pubblico da riempire la piazza principale. Indro Montanelli nell’Italia del risorgimento riferisce la maldicenza ottocentesca, che attribuiva la metà delle presenze femminili alle ex amanti.
Pur avendo rinunciato a ogni carica, nel ‘23 viene inviato presso la missione in Cile. Sono due anni di duro apostolato in un Paese caratterizzato dal violento anti clericalismo del governo. Mastai Ferretti si mostra all’altezza: sfodera tenacia, intraprendenza, vocazione all’apostolato. Al rientro a Roma prosegue nell’opera in favore degli ultimi. Nel ‘27 Leone XII, il conte Annibale della Genga, lo nomina arcivescovo di Spoleto. Per il prete che aveva detto no alla carriera si tratta di un bel salto in avanti alla tenerissima età di trentacinque anni. Più di uno storico vi ha visto un episodio di favoritismo all’interno delle correnti ecclesiastiche: il Papa marchigiano che promuove il conterraneo, la cui consacrazione avviene ad opera di un terzo marchigiano, il cardinale Francesco Saverio Castiglioni, futuro Pio VIII.
Forse la comune estrazione geografica e i giochi di curia avranno svolto un ruolo, ma il giovanissimo arcivescovo continua a meritare la fiducia accordata. Al rigore nella disciplina religiosa accoppia un atteggiamento assai caritatevole nei confronti di chi ha bisogno. Quando si diffonde la voce che ha impegnato i propri mobili per soccorrere alcune famiglie indigenti la sua popolarità tocca lo zenit. La sfrutta durante l’insurrezione del 1831. Convince i generali pontifici a non aprire il fuoco e i rivoltosi a barattare la consegna delle armi con soldi e passaporti. In tali frangenti gli capita anche di salvare la vita al ventitreenne Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, figlio del re di Olanda, Luigi, soprattutto nipote di Napoleone (per quanto si sussurri che la madre Ortensia, degna figlia di Giuseppina Beauharnais, l’abbia avuto con un amante). Carlo Luigi e il fratello maggiore Napoleone Luigi, cresciuti a Roma, si sono infiammati per le idee rivoluzionarie in funzione anti austriaca. Hanno aderito alla carboneria, nonostante manchino prove certe per Carlo Luigi, sono stati in prima linea nei moti del '31. Napoleone Luigi perde in seguito la vita a Forli, mentre il futuro imperatore dei francesi deve scappare da Bologna con gli agenti asburgici alle calcagna. Trova riparo a Spoleto, grazie all’aiuto di Mastai Ferretti raggiunge la Francia.
Dopo pochi mesi la cittadina umbra patisce un grave terremoto. Pure in tale occasione l’arcivescovo diventa il personaggio di riferimento: guida gli aiuti, organizza l’evacuazione, visita i quartieri disastrati, strappa al nuovo Pontefice, Gregorio XVI (Bartolomeo Alberto Cappellari), i fondi necessari alla ricostruzione. Il credito conquistato, le qualità dispiegate inducono il Papa a spostarlo nella sede più importante, e anche più calda, di Imola. La Romagna da decenni nutre propositi di rivolta; il suo territorio, al pari di quello emiliano, è diviso in circoscrizioni provinciali, denominate Legazioni. Ciascuna è governata da un cardinale-legato, spesso identificato da repubblicani e patrioti come l’espressione di un potere occhiuto e straniero. Intendiamoci: si tratta di minoranze, ma sono quelle che, dopo lo sdoganamento a opera della Rivoluzione francese, permeano la nascente opinione pubblica. Il fallimento dell’ultima rivolta ha però prodotto un vasto sconforto. L’insediamento di Mastai Ferretti coincide, quindi, con una fase di stanca, di rassegnazione: attentati e complotti non incontrano più il favore dei tanti scontenti della pessima amministrazione romana. La soluzione viene adesso ricercata attraverso le riforme. La guida è assunta dai moderati pronti a puntare sul dialogo con le autorità ecclesiastiche per giungere a un graduale cambiamento.
Mastai Ferretti è lesto a cogliere l’opportunità. Prosegue la politica del buon senso già applicata a Spoleto, condanna i metodi infami dei centurioni - i bravacci usati dalla polizia per compiti di bassa macelleria -, smussa gli aspetti più ruvidi del governo papale, concede una libertà di critica fin lì sconosciuta ai predecessori. A giudicarli con il metro odierno, sono piccoli accorgimenti tattici; sul momento, invece, costituiscono una clamorosa rottura con il passato. L’arcivescovo registra un notevole guadagno di popolarità: si conquista la nomea di liberale e la simpatia di quanti ambirebbero a liberarsi dalle redini del Papa Re. Nella sostanza cambia poco - l’ossessivo controllo poliziesco non demorde, le libertà individuali quasi inesistenti, la censura implacabile -, ma la semplice idea che si possa parlarne serve ad accantonare qualsiasi ricorso alla forza. Si scommette sulle aspettative suscitate dal nuovo corso. Perfino Gregorio XVI è stupito dall’improvvisa bonaccia della sanguigna Romagna: il premio per Mastai Ferretti è il cappello cardinalizio a soli quarantotto anni.
La quiete, tuttavia, dura poco. Nel ‘43 la carboneria ci riprova. La speranza è di creare un collegamento fra Salerno, regno borbonico delle Due Sicilie, e Bologna, cuore delle Legazioni. Va male ovunque. La repressione dell’esercito pontificio è spietata. Si combatte e si muore in gran numero a Castel del Rio, a Savigno. L’8 settembre una schiera nutrita di rivoltosi marcia su Imola. Il piano è di prendere in ostaggio Mastai Ferretti e due cardinali di Ravenna, passerà alle cronache come l’operazione dei «tre cardellini». Gli alti prelati vengono, però, informati da una soffiata. Si mettono in salvo, la loro popolarità aumenta. Anzi a Imola viene considerata una sorta di oltraggio l’azione ai danni del proprio cardinale, indicato come il principale alleato del moderatismo.
L’oppositore più conosciuto della zona, il conte Giuseppe Pasolini, divenuto un sodale di Mastai Ferretti, racconta agli amici sbigottiti che le preferenze politiche di sua eminenza vanno ai due cugini piemontesi Cesare Balbo e Massimo d’Azeglio propugnatori di un’unità d’Italia da perseguire per via confederata, magari sotto l’alto patrocinio del Papa. Siamo più o meno dalle parti di Gioberti, che nel ‘43 ha pubblicato il suo cervellotico Primato (titolo completo: Del primato morale e civile degli italiani), cui Balbo ha fatto seguire Le speranze d’Italia. Speranze alquanto singolari: consistono nello spostare l’interesse e il peso dell’Austria sull’impero ottomano di modo che essa possa rinunciare all’Italia e gli italiani unirla sulla base di trattative e di trattati. Insomma, senza pagare l’inevitabile prezzo di vite umane, su cui abitualmente si fondono le Nazioni. Ma ciò che conta nel giudizio pubblico è l’attenzione di Mastai Ferretti alle discussioni e ai propositi miranti all’unità del Paese.
Di conseguenza è con la fama di liberale che nel giugno del ‘46 Mastai Ferretti si mette in viaggio verso Roma. Deceduto Gregorio XVI, hanno convocato il Conclave per la nomina del successore. L’elezione viene a cadere in un periodo di notevoli fermenti alimentati dal libro di d’Azeglio, Degli ultimi casi di Romagna. Il marchese torinese, testimone diretto dei moti del ‘43, li adopera per sostenere due tesi: che l’Italia non si sarebbe fatta con i tumulti di piazza, bensì con un’unione di forze in grado di battersi contro l’oppressore e che simile unione non può essere affidata a un Papa responsabile di un regime dispotico. D’Azeglio scarta anche i re e i principi degli staterelli legati all’impero asburgico: per esclusione l’unico nome sul quale puntare resta quello di Carlo Alberto, il monarca piemontese, le cui ambizioni di espansione territoriale sono direttamente proporzionali alla sua altezza, 204 centimetri, ma inversamente proporzionali allo spessore di sovrano e, ahilui, di comandante in capo.
D’Azeglio il nome si guarda bene dal farlo, tuttavia è sul pallido e titubante erede dei Carignano, asceso al trono dei Savoia per un’incredibile serie di coincidenze, che si appuntano la curiosità e le speranze dei patrioti. Formalmente guida un regno con l’epicentro in Piemonte, le cui classi dirigenti si esprimono in francese, eppure egli porta il titolo di re di Sardegna, visitata per obbligo due anni prima dell’incoronazione. E’ stato nominato in mancanza di eredi maschi del ramo principale della casa regnante, rappresentato da Vittorio Emanuele I e da Carlo Felice. Dopo averlo tenuto in bilico per anni, i due fratelli succedutisi sul trono l’hanno valutato il male minore, ma egli si considera obbligato a proseguire l’opera dei predecessori, che hanno ingrandito l’originale ducato tra mance altrui (così sono arrivate la Liguria, Nizza, la Savoia) e baratti (la Sardegna acquisita in cambio della Sicilia). Carlo Alberto ignora o non si cura della caratteristica della dinastia: mai i Savoia hanno concluso una guerra con l’alleato assieme al quale l’hanno avviata. Adesso spera di sfruttare il corso degli eventi e di potersi ingrandire ulteriormente. Pensa già a un’Italia unita? Mah…

Parlando della Romagna e dell’inutile spargimento di sangue, d’Azeglio tesse le lodi del cardinale-legato di Forlì, Tommaso Pasquale Gizzi. Molti, dei pochi che leggono libri e hanno a cuore le sorti del Paese, lo considerano il miglior candidato possibile al soglio. Gli stessi notabili romagnoli hanno stilato un documento di sostegno, in cui ci si augura che lo Spirito Santo illumini adeguatamente le Eminenze Reverendissime per una scelta così importante in una fase così delicata. Frasi ossequiose e nessun accenno a Gizzi per non urtare le suscettibilità e ancor più la severissima censura, che incombe a tal da punto da indurre i firmatari a inviare l’appello con un messo privato. Utilizzando il servizio postale è scontato che il Collegio dei Cardinali non lo riceverebbe.
Ma il vero nemico di Gizzi è l’inflessibile principe Klemens Metternich, cancelliere austriaco, detentore di un potere immenso date il precario equilibrio mentale dell’imperatore Ferdinando I. Metternich è parecchio interessato al mantenimento dello statu quo, in cui il suo governo rappresenta l’ago della bilancia. Da secoli l’Austria, la Francia e la Spagna detengono un potere di veto sulla scelta del Pontefice. Ci vorrà la schiena dritta di Pio X, eletto nel 1903 grazie al veto austro-ungarico abbattutosi sul cardinale Rampolla, per revocare con la minaccia della scomunica l’anacronistico diritto. Viceversa nella tarda primavera del ‘46 il cardinale austriaco di Milano, Karl Gaysrueck, si dirige a Roma con la sottintesa indicazione di fermare Gizzi. Metternich punta su Lambruschini, il potentissimo segretario di Stato, anima del precedente pontificato e massima garanzia di continuità. Di Mastai Ferretti non si occupa né si preoccupa. E, invero, nemmeno a Imola assegnano qualche chance al loro amatissimo pastore.
Il caso decide di entrare in azione. A Fidenza si rompe una ruota della carrozza di Gaysrueck. Per ripararla occorre una settimana. Il cardinale anziché cambiare carrozza, preferisce godersi l’inaspettata vacanza sicuro che a Roma, mancando lui, non oseranno procedere alla votazione decisiva. Al contrario, il Conclave procede per le spicce. Dei 62 porporati accreditati, sono presenti 50, solo 8 stranieri: gli altri hanno preferito evitare le insidie del lungo viaggio in un Paese dipinto dai dispacci diplomatici preda di fermenti rivoluzionari. E poi che gusto c'è ad affrontare disagi e pericoli sol per eleggere il favorito di Metternich? Eh sì: anche fra i guardinghi e conservatori cardinali di Santa Romana Chiesa la soverchiante volontà del cancelliere qualche fastidio lo produce. Lui, d'altronde, svolge al meglio il lavoro affidatogli: dal Congresso di Vienna (1815) garantisce la sovranità multinazionale dell’impero asburgico, comprese le sfere d'influenze. E non è nemmeno animato da fieri sentimenti anti-italiani. La frase attribuitagli («l’Italia è un’espressione geografica»), che da centosettantacinque anni lo addita quale arci-nemico per eccellenza del Risorgimento, mai la pronunciò. Fausto Brunetti ha appurato che in uno scambio epistolare con Palmerston, primo ministro britannico, Metternich definì l’Italia «nome geografico come quello di Germania».
Dal suo punto di vista, l’Italia non è un’entità politica. Difficile dargli torto dopo secoli di vassallaggio e la perdurante suddivisione in staterelli impegnati soprattutto a bloccarsi l’un con l’altro. A Metternich importa che nessuno insidi il possesso austriaco di Lombardia, Veneto, Alto Adige, Friuli, Venezia Giulia. In tale ottica risulta determinante mantenere un rapporto privilegiato con la Santa Sede ed è quanto Metternich conta di fare mediante l’influenza di Gaysrueck. Ma in sua assenza i cardinali organizzano una specie di golpe. In due giorni, non accadeva dall’elezione di Gregorio XV (1621), il nuovo Papa è scelto. La prima votazione doveva esser d'assaggio e ha visto la leggera prevalenza di Lambruschini su Gizzi. Ma accanto ai favoriti si è affacciato il nome a sorpresa, Mastai Ferretti. Al quarto scrutinio (16 giugno 1846), approfittando dello stallo tra i due galli, raccoglie 34 voti. La leggenda tramanda che Lambruschini svenga di dolore e Mastai Ferretti di gioia. Seguono le immancabili lacrime, il pezzo forte della casa, seguite dall’annuncio del nome: Pio IX in onore del Pio VII, al quale attribuisce la propria vocazione. Il vero contraccolpo è per le cancellerie europee: nella suggestiva e falsa suddivisione dell’epoca Mastai Ferretti viene ritenuto un progressista. E la nomina di Gizzi a segretario di Stato pare l’annuncio di mutamenti epocali. Con l’immancabile senno del poi, diversi storici vi leggeranno un’anticipazione delle rivolte del ‘48, capaci di scuotere il Vecchio Continente e di abbattere gli equilibri sanciti alla caduta di Napoleone.
In realtà la designazione del cardinale-legato di Forlì è figlia dell’inesperienza internazionale di Mastai Ferretti. Gizzi, invece, gode di buon credito nelle capitali estere: a esso si accompagna un vasto favore popolare, dal quale Pio IX è rimasto molto impressionato. Gizzi diventa così l’anima della commissione incaricata di studiare i problemi più assillanti. Il primo è l’amnistia ai condannati per i sommovimenti di Romagna. Il non averla concessa aveva causato diversi fastidi a Gregorio XVI, di conseguenza il nuovo Papa si affretta a promulgarla. A eccezione di pochissimi militari, ecclesiastici, impiegati civili e degli sventurati condannati dal Sant'Uffizio, è accessibile a chiunque, purché ne faccia esplicita richiesta con la promessa di comportarsi in seguito da bravo suddito. Per Pio IX si tramuta in un fantasmagorico successo personale. La sera del 17 luglio migliaia di romani si accalcano attorno al Quirinale, abituale sede di Sua Santità, per acclamarlo. Ciascuno agita la fiaccola ceduta da un oste, Angelo Brunetti, chiamato Ciceruacchio. Ha acquisito una certa fama tra vicoli e bettole recitando a memoria interi passi delle Parole di un credente saggio del prete, teologo e filosofo francese Robert Lamennais, ferocemente avverso al potere temporale della Chiesa. Ma l’amnistia ha convinto Ciceruacchio, futuro protagonista della Repubblica romana, che questo Pontefice sia diverso dagli altri. Così capita che pochi giorni dopo i romani festanti stacchino i cavalli dalla carrozza del Papa e la trascinino a braccia.
Le manifestazioni in favore di Pio IX contagiano numerose piazze italiane. Il rappresentante di un potere, che da seicento anni si batte per impedire l’unità del Paese, viene trasformato dall’entusiasmo popolare nel suo bardo. Il Papa appare vittima del suo stesso successo: non se lo spiega, ma gli piace. Intuisce che non sarà facile controllarlo, tuttavia si sforza d'incentivarlo. Sulle ali di un consenso dove gli acclamanti trasformano le proprie suggestioni in realtà, ogni decisione assunta in Vaticano diventa la prova della deriva liberale: dall’approntamento della guardia civica all’attenuazione della censura sui giornali; da un pizzico di tolleranza nei confronti degli ebrei alla formazione del municipio romano; dalla costruzione di una rete ferrata alla proposta di una lega doganale fra gli Stati della Penisola. Persino Gizzi, il presunto campione dei liberali, si mette paura di tali esagerate aspettative e abbandona la segreteria di Stato. Lo sostituisce il cardinale Ferretti, legatissimo al Papa. S'inquieta l’Austria. Metternich paventa che i bollori di Roma mettano in fibrillazione i domini del Nord Italia. A mo' di ammonimento invia un migliaio di soldati a Ferrara. é previsto da un antico accordo diplomatico, tuttavia suscita la protesta ufficiale di Ferretti. A sostegno del Pontefice intervengono anche due simboli del patriottismo italico, mai teneri con preti e precetti: Pippo Mazzini, da oltre quindici anni esule per la fede nella repubblica, fondatore della Giovane Italia e Peppino Garibaldi, che in Sud America, dove miete successi a Montevideo in difesa dell’Uruguay, fa le prove generali delle future battaglie nella Penisola.
Il neo guelfismo (dalla famiglia bavarese Welfen favorevole nel XIII secolo al Pontefice) auspicato da Gioberti e incentivato da una visita di d'Azeglio a Roma conquista proseliti ovunque. Sulle facciate delle chiese viene scritto W Pio IX. Allorché alla Cannobiana di Milano, l’attuale Teatro Lirico, durante uno spettacolo di beneficienza l’orchestra esegue l’inno a Pio IX, il pubblico richiede per cinque volte il bis. Seguono interminabili acclamazioni al Papa, all’amnistia, a Roma capitale. Il Viceré austriaco, l’arciduca Ranieri, capisce l’antifona e lascia la manifestazione. Persino Mazzini fa pervenire una lettera in Vaticano con la richiesta di un accordo per il bene della Nazione. A Bruxelles un congresso di economisti proclama Pio IX il «più grande uomo del secolo». Gli unici a nutrire qualche dubbio sono gli ecclesiastici della curia fedelissimi all’eredità di Gregorio e contrarissimi a qualsiasi riforma. A interpretare la magmatica situazione è il solito Ciceruacchio, comandante ombra della guardia civica: sulla sua bandiera fa ricamare Viva il Papa solo!
Nel nome del Pontefice il moderatismo guadagna consensi ai danni delle due organizzazioni, che fin lì hanno tentato la via della rivolta armata: la Giovane Italia e la Carboneria (l’associazione segreta paramassonica fondata a Napoli e diffusasi nel resto della Penisola). Per le polizie di regni, granducati, ducati e dello stesso impero asburgico diventa problematico perseguitare quanti invocano un cambiamento pacifico sotto l’egida del Papa, fin lì rappresentante della conservazione più reazionaria. Incredibilmente il diavolo e l’acqua santa camminano appaiati: molti si convincono di poter realizzare la rivoluzione con l’accordo degli sbirri. é un clamoroso errore di prospettiva storica, ma grazie a questo errore migliaia di cittadini s'impastano con un progetto, al quale fino al giorno prima erano rimasti insensibili. La sostanziale impunità conquistata all’ombra di Pio IX incrementa il numero di coloro che a gran voce richiedono modifiche statuali come primo passo verso l’unità nazionale. Il tutto ha il nome di Costituzione, evocatrice delle illusioni e delle promesse, non mantenute, scatenate dalla discesa di Napoleone in Italia. Il più veloce a concederla (11 febbraio 1848) è anche il sovrano più assolutista, Ferdinando II, re delle Due Sicilie, prostrato dalle rivolte di Reggio Calabria, Messina, Palermo, il cui cannoneggiamento gli ha meritato il titolo di «re bomba». Cinque giorni più tardi lo segue Leopoldo II, il granduca di Toscana. Il 5 marzo Carlo Alberto promulga lo Statuto, mutuato da quello belga del ‘31. Il 14 marzo anche Pio IX licenzia la Costituzione con il documento Nelle Istituzioni, ma è fumo negli occhi: l’ultima parola su ogni materia spetta a un Concistoro segreto.
l’Europa s'infiamma. Parigi manda in esilio il suo monarca, Luigi Filippo, e lo sostituisce con il nipote di Bonaparte, il Carlo Luigi Napoleone cospiratore in Romagna. I nuovi equilibri alla corte di Vienne, dove si appresta a essere nominato imperatore il diciottenne Francesco Giuseppe, costringono Metternich alle dimissioni. Il sistema ideato trentatré anni prima non sopravvive al proprio ideatore. In questo incalzare tumultuoso del cambiamento sembra che per la Penisola sia giunto il tempo di voltare pagina. Significa ribellarsi al dominio austriaco: Lombardia e Triveneto sono province dell’Impero; lo Stato della Chiesa è considerato poco più di un protettorato; due dinastie asburgiche regnano a Modena e a Firenze; i sovrani borbonici di Parma e Napoli devono il trono alla benevolenza dell’Austria in grado, quindi, di fare il bello e il cattivo tempo dalle Alpi alla Sicilia. Un’Italia, dunque, divisa e in ginocchio, tutt'altro che padrona in casa propria.

Il 18 marzo Milano va sulle barricate contro la guarnigione austriaca, il 22 Venezia proclama la Repubblica di San Marco, il giorno seguente borghesi, patrizi e operai milanesi festeggiano la vittoria che farà Storia. Quel 23 marzo la dichiarazione di guerra del Piemonte all’Austria trasforma il sogno di pochi nell’aspirazione di tanti: l’Italia unita e libera da ogni occupante straniero.
Purtroppo, al riparo dei proclami, ciascuno degli aspiranti primattori insegue un risultato differente a cominciare da Carlo Alberto: gli basterebbe la Lombardia fino all’Adige con i ducati di Parma e Modena. La pressione dell’opinione pubblica e il timore di essere esclusi dal grande gioco spingono Ferdinando II e Leopoldo II a inviare truppe in aiuto del modesto esercito piemontese. Gli universitari toscani partono in massa: li guida il rettore di Pisa, Giuseppe Montanelli, concittadino e più omonimo che avo del grande Indro. Pio IX non si oppone alla formazione di un contingente di volontari al comando del generale Giovanni Durando, con d'Azeglio aiutante di campo. Però all’inviato di Carlo Alberto, speranzoso in una presa di posizione netta, spiega che se potesse firmare la propria adesione con il nome di Mastai Ferretti non avrebbe dubbi, ma dovendo firmare Pio IX di dubbi ne ha e tanti. Anzi, il suo primo atto pubblico è d'impetrare pubblicamente la pace e la concordia per l’Italia. Significa l’esatto contrario di quanto vorrebbero i patrioti, tuttavia è difficile dare torto al Pontefice. Da Padre di tutti non può schierarsi a favore di alcuni figli contro altri. La sua responsabilità, caso mai, è di aver incentivato speranze fuori luogo. L’hanno tradito l’umana debolezza del consenso facile, l’incapacità di sottrarsi alla suggestione degli interessati laudatori, che se lo sono modellato sulle proprie aspirazioni, mentre lui resta «un misto di bonarietà e di malizietta, di grazia e d'ironia, un prete di buone intenzioni, sbalzato in un mondo nel quale non si raccapezza, solo contento di essere amato», secondo la descrizione di Montanelli il vecchio dopo esser stato ricevuto in udienza.
A interrompere la commedia degli equivoci interviene il 13 aprile la speciale commissione cardinalizia: impone un’esplicita dichiarazione di neutralità. Il Vaticano viene tempestato di allarmati rapporti da Vienna e dalle capitali della confederazione tedesca filo asburgica in odio alla Prussia: segnalano il crescente malcontento dei cattolici contro la Santa Sede accusata di voler istigare una guerra antiaustriaca. Si accenna a pericoli di scisma, al possibile insorgere di tardi imitatori di Martin Lutero. Vere o false che siano, queste notizie atterriscono Pio IX. Nel volgere di pochi giorni è sbalzato dall’appagante ruolo di «uomo più grande del secolo» al Papa, che rischia di giocarsi i resti della Germania fedele a Roma. Immediatamente proibisce a Durando di varcare il Po; ma i ministri laici minacciano le dimissioni, se non sarà lasciata ai sudditi la libertà di fare guerra all’odiato occupante.
Il 28 aprile con l’allocuzione al Concistoro il Papa chiarisce da che parte stia. La prende un po' alla larga: si rammarica dell’accusa di aver provocato gli sconvolgimenti avvenuti in Europa e in Italia, tenta di mostrarne la falsità, ricorda di aver concesso le riforme già richieste dai principali regnanti ai propri predecessori fin dal 1831, assegna alle truppe del generale Durando il compito di proteggere le frontiere e se a qualcuno prudono le mani può correre in Lombardia. La polpa dell’allocuzione risiede in un principio elementare, che molti hanno finto d'ignorare: il capo della Chiesa non può prendere le armi contro un legittimo Stato, meno che mai - aggiungiamo noi - contro la più agguerrita Potenza della cattolicità. Il tutto in una lingua, che i critici all’improvviso trovano orribile, con un tono più untuoso che aulico. Ma sono la lingua e il tono da sempre adoperati e capaci di suscitare un entusiasmo collettivo: «Non possiamo tenerci di non repudiare in cospetto di tutte le genti i subdoli consigli di coloro, palesati eziandio per giornali e per vari opuscoli, i quali vorrebbero che il Pontefice romano fosse capo e presiedesse a costituire una cotal nuova Repubblica degli universi popoli d'Italia… In grande errore adunque si avvolgono coloro che pensano l’animo nostro poter essere dalla lusinghiera grandezza di un più vasto temporale dominio sedotto a gettarci in mezzo ai tumulti dell’armi».
La delusione è enorme. Il commento più lungimirante appartiene a Carlo Cattaneo, un federalista innamorato perso dell’Italia, la mente più lucida delle Cinque giornate milanesi: «Pio IX fu fatto da altri e si disfece da sé». Ma più che disfarsi, il Pontefice smette i panni di campione nazionale, che non può essere - benché Giovanni Paolo II (Karol Woitjla), li indosserà nel 1981 per salvare la sua Polonia - e torna a vestire i paramenti dell’uomo di pace, che dev'essere. Giovanni Mastai Ferretti il momento storico l’ha capito, il Risorgimento l’ha sentito - secondo Montanelli il giovane, soltanto a pelle perché sotto la pelle aveva ben poco -, tuttavia i suoi sentimenti devono fare i conti con le responsabilità, che ha accettato di portare assieme alla tiara: affermare, dopo duemila anni di guerre e di stragi al grido di «Dio lo vuole», la neutralità del cattolicesimo in quanto religione universale; difendere lo stato della Chiesa obbligato, per esistere, a impedire la nascita dell’Italia e lo fa da sei secoli, da quando bloccò le ambizioni di Federico II.
Al di là delle intenzioni, il Papa ha, comunque, svolto un compito essenziale. Acconsentendo all’equivoco dei mesi precedenti sul proprio silenzio ha fatto avvicinare all’idea dell’Unità parecchie coscienze cattoliche, che se n'erano tenute distanti nel timore di abbracciare il diavolo. Per l’Italia moderata, in cui può capitare di dover interrompere i preparativi di una rivolta giacché alle sei bisogna rientrare a casa per la cena, significa un decisivo balzo in avanti.
Il presunto voltafaccia del Papa rappresenta il prologo di mesi complicati. L’Alta Italia è ormai schierata con Carlo Alberto, le stesse truppe di Durando, disattendendo le dichiarazioni ufficiali di Pio IX, sono accorse al completo in Lombardia. L’entusiasmo popolare ha regalato al Savoia più di quanto abbia mai sperato, ma per mantenere simile dono occorre il sigillo delle armi. E qui Carlo Alberto si conferma l’irriducibile assertore di un passo avanti e tre indietro. A Curtatone e a Montanara gli universitari pisani guidati da Montanelli il vecchio si fanno affettare assieme alla divisione toscana del generale De Laugier e a un reggimento napoletano per impedire allo sperimentato feldmaresciallo boemo Josef Radetzky, quello cacciato da Milano, di sorprendere le inadeguate truppe piemontesi. E da quel giorno i cappelli dei goliardi pisani hanno la punta mozzata in segno di lutto.
La superiorità numerica dell’armata sabauda è netta, ma i tentennamenti di Carlo Alberto consentono l’arrivo dei rinforzi austriaci e portano alla perdita di Vicenza, difesa con valore dai soldati pontifici. Nei combattimenti di Monte Berico eccellono futuri protagonisti dell’esercito del Papa: il sottotenente delle guardie svizzere, Herman Kanzler, barone tedesco proveniente dal reggimento del Baden; il tenente elvetico Joseph Eugéne Allet; il tenente Raphael de Courten, un conte svizzero che ha lasciato l’esercito nazionale e appartiene al ramo estero del rinomato casato prodigo di ammiragli e ministri con l’Italia sabauda; il sottotenente romano dei fucilieri Achille Azzanesi; il conte ligure Filippo di Carpegna, vice comandante di un battaglione della Legione Romana; il capitano forlivese Odoardo Corbucci; il cadetto bolognese Giacomo Ungarelli. Dopo la resa, diversi ufficiali rifiutano di tornare a Roma e vanno ad arruolarsi con l’esercito piemontese. Carlo Bartolini nel suo libro (Il brigantaggio nello Stato pontificio. Cenno storico aneddotico dal 1860 al 1870) ne ricorda alcuni divenuti financo generali: Lopez, Lipari, Bianchi, Borghesi, Marsuzzi, Quintini, Croce, Cerroti.

Il destino dell’esercito piemontese si compie il 25 luglio 1848 a Custoza, minuscola località del veronese con il dubbio privilegio di ospitare nel 1866 un’altra amarissima sconfitta delle armi italiane. A cascata l’Aquila degli Asburgo riprende a volare su tutti i territori che l’hanno ripudiata. Le conseguenze si riflettono pure su Roma. Il governo, presieduto dal cardinale Giacomo Antonelli, non avrebbe difficoltà ad assecondare la politica del Papa, tuttavia il blocco dei ministri civili, sui quali svetta il pesarese Terenzio Mamiani, intimo di Gioberti, si oppone. Ingollati parecchi bocconi amari, Mamiani e i colleghi confidano che Pio IX, dinanzi all’occupazione austriaca di Ferrara e di larghe zone dell’Emilia e della Romagna, recuperi un pizzico dell’antica baldanza. Il Papa, al contrario, non reagisce. Su di lui pesa l’influenza di Antonelli, pesa la giusta considerazione degli interessi vaticani ed essi vanno divaricandosi da quelli dei patrioti.
Per quanto portatore di verità amare, in due anni Antonelli ha saputo conquistare la stima del principale. Incarna l’ottimo prodotto di una curia che, malgrado corruzione e nepotismo, dai tempi di Leone seleziona efficacemente il personale. La stupefacente ascesa del giovane e segaligno seminarista, promosso cardinale senza esser stato ordinato sacerdote, dimostra che ancora nel diciannovesimo secolo la Chiesa sia il sistema più aperto al merito, il più pronto a riconoscere le qualità dei seguaci prescindendo dal censo e dagli avi. Nato nell’estremo sud del Lazio in una modestissima famiglia di commercianti di campagna, successivamente assai arricchitisi, Antonelli è stato notato da Gregorio XVI. A 22 anni l’hanno fatto entrare nella carriera ecclesiastica da assessore presso una sezione di giudizio penale. Da lì, in virtù delle spiccate capacità con i conti, è stato un susseguirsi d'incarichi e di riconoscimenti fino al pontificato di Pio IX, del quale ha assecondato tutte le svolte liberali. Nominato cardinale nel 1847, ad appena quarantun’anni, è stato membro del primo consiglio dei ministri e dal marzo ‘48 lo presiede. Caduta Vicenza, Antonelli ha dichiarato con assoluta imperturbabilità che le truppe pontificie non avevano alcuna intenzione di combattere l’Austria e ha incominciato a perseguire un tenace riavvicinamento all’impero asburgico.
Il comune sentire continua, però, a essere filo unitario. La notizia di Custoza ne accentua i toni pure a Roma. Pio IX prova ad aggirarlo affidando l’incarico di formare il governo a Pellegrino Rossi, classica figura dell’italiano di talento, che la mancanza di una Patria ha obbligato a inseguire ingaggi e riconoscimenti da un Paese all’altro com'era capitato a Casanova, a Goldoni, a De Ponte, ad Alberoni, a Metastasio. Rossi è un toscano della Lunigiana assai apprezzato nella Francia di Luigi Filippo. Sul suo esempio, ha caldeggiato presso la Santa Sede l’espulsione dei gesuiti ricevendo un’inestinguibile avversione. La natura di apolide baciato dal successo gli ha fruttato favori trasversali: ciascuna delle fazioni in lotta lo considera una garanzia per i propri scopi. Rossi non crede più nella causa risorgimentale: i suoi atti s'indirizzano verso una restaurazione del potere papale senza condizionamenti. Il 15 novembre del 1848 viene pugnalato nell’atrio della Cancelleria, sede del Parlamento. L’agguato è opera di alcuni reduci delle truppe battute a Vicenza. Nel 1854 saranno condannati quali responsabili un tenente e uno scultore, entrambi innocenti. Un secolo dopo è stato appurato che il vero colpevole era un figlio di Ciceruacchio, Luigi Brunetti, fucilato nel 1849 dagli austriaci insieme con il padre e il fratello.
Antonelli convince il Papa ad abbandonare Roma. Pio IX è stato assediato nel suo appartamento al Quirinale da una folla armata e teme ormai per la propria incolumità. Di nascosto, travestito da prete scappa a Gaeta: con i buoni auspici dell’Austria lo protegge Ferdinando II, il sovrano più reazionario fra quelli a disposizione. Antonelli viene ricompensato con il segretariato di Stato, lasciato vacante dal cardinale Soglia, che non ha seguito il Papa. Nella cerchia dei consiglieri conquista credito e posizioni l’avvocato Marcantonio Pacelli, il nonno di Eugenio, futuro Pio XII. Avvia così una carriera che lo porterà molto in alto e si concluderà soltanto nel 1870 con la caduta di Roma. Ma a quel tempo il destino delle fortune dei Pacelli è indissolubilmente legato al soglio pontificale. E c'è la mente dell’avvocato Pacelli nei continui appelli lanciati da Pio IX ai monarchi europei affinché venga ristabilito l’antico ordine in grado di garantire la sopravvivenza del Regno di Dio in terra oltre che in cielo. La realtà di quei mesi gli assomiglia al mare in tempesta, che un pomeriggio contempla in compagnia del cardinale Lambruschini. Ed è il vecchio rivale a suggerire che la proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione «potrà guarire il mondo, ristabilire il senso delle verità cristiane, far ritirare le intelligenze dalle vie del naturalismo nelle quali si smarriscono».
Nella Roma priva dopo secoli della carismatica figura del Santo Padre, il 21 gennaio 1849 si vota per eleggere la Costituente. Per la prima volta nel nostro Paese si adopera il suffragio universale, riservato, naturalmente, solo alla popolazione maschile. Malgrado l’immancabile scomunica annunciata da Pio IX per chi si fosse recato a votare, l’adesione è considerevole. In città veleggia intorno al 50 per cento (24 mila elettori), nel resto dello Stato si assesta sul 35 per cento. Come racconta Claudio Fracassi (La meravigliosa storia della repubblica dei briganti) la percentuale più alta si registra a Senigallia: votano 2307 concittadini del Papa su 3000. Non ci sono partiti, si scelgono semplicemente i candidati. I componenti dell’Assemblea sono 200, metà dei quali provenienti da Roma. Trionfano i borghesi: 53 giuristi e avvocati, 27 possidenti, 21 medici, 19 militari, 12 professori, 6 ingegneri, 5 impiegati, 2 letterati, 2 commercianti, un banchiere, un farmacista, un priore, un monsignore. Peppino Garibaldi, appena rientrato dal Sud America carico di gloria, di moglie, di figli e privo di mezzi, risulta tredicesimo su sedici a Macerata. Da Parigi a Vienna, da Madrid a Londra le cancellerie stupite prendono nota dell’inatteso successo. Sul New York Tribune Margareth Fuller scrive: in proporzione hanno votato più persone che negli Stati Uniti. Gioberti, presidente del consiglio a Torino, constata che le sue residue speranze di un’Italia confederata attorno al Pontefice sono state spazzate via. Mastai Ferretti marchia con parole di fuoco la svolta epocale: «Un mostruoso atto di smascherata fellonia… Abominevole per l’assurdità della sua origine e l’empietà del suo scopo…Un enorme e sacrilego attentato meritevole dei castighi comminati dalle leggi sì divine come umane».
La totale chiusura di Pio IX cancella le titubanze dei moderati. Quasi all’unanimità è dichiarato concluso il potere temporale dei papi. Nasce la Repubblica. Goffredo Mameli invia un telegramma a Mazzini per sollecitarlo a venire. Troverà anch'egli un seggio nelle elezioni suppletive. Giuseppe Verdi soggiorna a Roma per tutto gennaio ovunque fatto segno a straripanti manifestazioni di simpatie: è già il musicista dell’Italia ancora da fare. All’ombra dei colli fatali si respira un’aria di grande entusiasmo, nonostante appaia chiaro che l’Europa ancora scossa per le rivolte di piazza dei mesi precedenti non può consentire una simile defenestrazione del Papa. I più bei nomi del Risorgimento accorrono per difendere la Repubblica e soprattutto il seme delle speranze unitarie. Ai 4800 volontari pronti ad affrontare eserciti di gran lunga più robusti Garibaldi offre «null’altro se non sangue, fatica, lacrime e sudore». É la frase che Churchill ripeterà nel ‘40 per stimolare la resistenza del popolo inglese contro il nazismo.
Molti muoiono nel tentativo di sbarrare il passo al contingente francese inviato dal nuovo presidente della Francia, Luigi Napoleone. Il presunto fautore dell’indipendenza dei popoli ha guardato con favore alla svolta laica di Roma, finché non è stato eletto alla massima carica. Assiso sullo scranno presidenziale è stato il più pronto a rispondere alla crociata lanciata da Pio IX, benché suo cugino Carlo Luciano Bonaparte risulti fra i costituenti. Le truppe del generale Oudinot si riservano il dubbio onore di assaltare Roma, mentre austriaci, spagnoli e borboni invadono il resto del territorio. Assieme a Manara, ai fratelli Dandolo, a Mameli, a Masina, a Daverio, a Medici, a Bixio combattono alcuni reduci dell’esercito pontificio, il generale Roselli, il colonnello Calandrelli, responsabile dell’artiglieria, il giovanissimo sottotenente Rivalta, per non dire dei tre reggimenti di fanteria al comando dei colonnelli De Pasquali, Gaucci-Molara e Marchetti.
La Repubblica cessa di esistere il 3 luglio 1849. É l’anno più cupo del Risorgimento. La seconda definitiva sconfitta di Carlo Alberto, a Novara, ha lasciato campo aperto alla piena restaurazione benedetta dall’Austria. A Roma gli occupanti francesi si comportano con una certa tolleranza, ma il Papa da Napoli fa sapere di non esser d'accordo. I tre cardinali, Altieri, Della Genga, Vannicelli, responsabili dell’ordinaria amministrazione si prefiggono di punire i fautori della Repubblica. Per rientrare a Roma Pio IX pretende che Oudinot e i suoi ufficiali non mettano becco negli affari interni. Quando finalmente ritorna nella Città Eterna, aprile 1850, non trova folle acclamanti né simpatizzanti desiderosi di staccare i cavalli dalla carrozza per trascinarla a braccia. Ancora choccato dall’assalto del ‘48 al Quirinale, sposta la residenza ufficiale al riparo delle mura Leonine (così chiamate in onore di Leone IV, che le aveva erette a protezione del colle Vaticano e della basilica di San Pietro dopo il sacco dei musulmani nell’846).
Il primo atto di Pio IX consiste nell’abrogare la costituzione concessa due anni prima: le sue conseguenze l’hanno impaurito e fino alla morte le giudicherà perniciose. Seguono il ripristino della censura e lo scioglimento degli organi elettivi. Viene promulgata un’amnistia dai termini così fumosi che molti, nell’incertezza dell’interpretazione, preferiscono imboccare la via dell’esilio. Anche la comunità giudea, liberata pochi anni prima dall’obbligo di permanenza nel ghetto e dall’obbligo di frequentare gli speciali corsi di conversione al cattolicesimo, paga la diffidenza papale. Pio IX sospetta dei propri sudditi, non insegue più il successo di piazza, gli preferisce un’occhiuta salvaguardia di prerogative e di pertinenze. Al pari di tanti altri benpensanti, anche nel suo giudizio l’ebraismo coincide con il radicalismo, con il rivoluzionarismo, spesso con la massoneria.
Il Papato torna a competere con il regno delle Due Sicilie nell’arretratezza sociale, nonostante l’istituzione di una consulta per le finanze. Il progresso entra con il contagocce: nel ‘51 viene emessa la prima serie di francobolli; tre anni più tardi a San Giovanni è inaugurato il primo ufficio telegrafico tra la città e Terracina; sono installati i lampioni a gas in via del Corso, a piazza Venezia, tra via di Parione e piazza del Gesù. La netta scelta di campo procura a Pio IX il consenso di diversi governi del Vecchio Continente. Perfino nell’antipapista Inghilterra il conservatorismo del Pontefice incontra estimatori. Sicura di essersi messa alle spalle i sussulti del ‘48, l’Europa non può che essere favorevole a un Pontefice tornato a svolgere il proprio mestiere secondo tradizione. E in essa rientra la costante attenzione ai risvolti sociali: lo Stato della Chiesa vara, in anticipo su tutti, la legge per la tutela e la formazione dei sordomuti. Il contesto internazionale consente a Pio IX di riorganizzare la struttura gerarchica nei Paesi dove il cattolicesimo non gode di larghi consensi: l’Inghilterra, l’Olanda, la Russia. Allo zar chiede, addirittura, di allentare la morsa sulla Polonia.
Il Pontefice protagonista in Europa lascia a Roma mano libera ad Antonelli, nominato pure presidente del Consiglio di Stato. Il cardinale gestisce un potere immenso e lo fa con occhio vigile ai propri interessi. Colleziona beni terreni e consensi mondani: alla sua morte si scatenerà un clamoroso processo tra i parenti diretti e una presunta figlia in litigio per l’ingente eredità. Chi pretende di attraversagli la strada, viene spazzato via. Supportato dall’antica maestria dei gesuiti, in rotta nelle altre Nazioni, ma molto ascoltati da Pio IX, Antonelli costruisce con discrezione e astuzia un regime di polizia. Dotato di quell’indifferenza religiosa caratteristica di molti alti prelati dell’epoca, il segretario di Stato segue accortamente lo spirare dei venti, cioè i desideri del Papa. Ne sostiene pure la decisione più sconcertante: la sconsacrazione di don Enrico Tazzoli. Il sacerdote mantovano si era avvicinato a Mazzini, aveva organizzato un comitato insurrezionale. Scoperto e arrestato dagli austriaci è stato condannato a morte assieme a diversi congiurati. Per procedere il primo ministro austriaco principe Felix Schwarzenberg, successore di Metternich, ha chiesto la riduzione di don Tazzoli allo stato laicale. Il vescovo di Mantova, Giovanni Corti, la nega, Pio IX la concede. A monsignor Corti spetta pronunciare la formula di rito, togliere a don Tazzoli i paramenti sacri di dosso, raschiare con il coltello la pelle delle dita che hanno toccato l’ostia dell’eucarestia. Il 7 dicembre 1952 l’ex sacerdote viene impiccato assieme a quattro compagni. Pure dagli ambienti cattolici la decisione del Papa è considerata eccessiva. Tranciante il commento di Garibaldi: «Quel metro cubo di letame».
La presenza delle truppe francesi a Roma e di quelle austriache nelle Legazioni e ad Ancona serve sia a mantenere l’ordine, sia a unire le sorti del Vaticano alla protezione internazionale. Il Papa si fida poco delle truppe italiane: i tanti reparti che hanno combattuto in difesa della Repubblica romana lo hanno assai deluso. Preferisce affidarsi ai forestieri. Alle guardie svizzere in attività dal sedicesimo secolo si è aggiunta nel 1833 la Brigata Straniera (64 ufficiali e 2123 uomini suddivisi in due reggimenti più una batteria di 8 cannoni con 4 ufficiali e 142 artiglieri) formata in gran parte da reclute elvetiche e comandanti d'antico lignaggio come il conte de Salis e il conte de Courten. Nel gennaio ‘52 un’apposita legge vara la creazione del Primo Reggimento Straniero, nel quale confluiscono anche i sopravvissuti della Brigata.
Malgrado l’eterno vassallaggio della Penisola nei confronti della Chiesa e delle diecimila parrocchie sparse nel territorio, Pio IX avverte che gli italiani sono orientati verso la distinzione fra la politica e la religione. Il motto lanciato dal giovane primo ministro piemontese, Camillo Benso di Cavour, «Libera Chiesa in libero Stato» incomincia a sedurre. D'altronde gli stessi angolosi rapporti con il regno di Sardegna annunciano distinguo e mal di pancia. Al timoroso Carlo Alberto è succeduto il figlio maggiore Vittorio Emanuele II. Ha ricevuto un’educazione di stampo francese e il francese sarà sempre la sua lingua: l’italiano, parlato per altro con scioltezza, sarà riservato alle occasioni ufficiali. Vittorio Emanuele è un buon cattolico, ma non è un bigotto. Le mene dei gesuiti lo mandano in bestia. Non si oppone alle aperture del governo verso il matrimonio civile e allo scioglimento delle corporazioni religiose con l’incameramento dei beni. Sulla Gazzetta del Popolo, il principale quotidiano torinese, ha grande successo la rubrica mangiapreti Il Sacconero. Così il giovane monarca si becca la seconda scomunica a vita, la prima gli è stata comminata nel ‘50 per la soppressione dei tribunali ecclesiastici stabilita dal guardasigilli Giuseppe Siccardi. Quando nel volgere di poche settimane muoiono la madre, la moglie, il fratello e il figlio minore del re, i suoi avversari clericali diffondono la voce che sia stata la vendetta divina. Vittorio Emanuele tira dritto nelle sue pratiche da devoto figlio della Chiesa, tuttavia non si può dire che tra lui e Pio IX sia stato amore a prima vista. Nel 1853 viene eretto un obelisco a perenne memoria delle «Leggi Siccardi» con in calce centinaia di nomi dei municipi e delle comunità partecipanti alla sottoscrizione per l’opera.
Il Papa si rende conto che bisogna dare un forte substrato ideologico al proprio pontificato. Nel 1854 diffonde la bolla Ineffabilis Deus: contiene il dogma dell’Immacolata Concezione. Le riflessioni iniziatesi davanti al mare di Gaeta hanno portato a un documento di forte impatto. Lo traducono in quattrocento lingue e dialetti. Quattro anni più tardi le diciotto apparizioni della Madonna a Bernadette Soubirous, contadinella quattordicenne di Lourdes, appongono al dogma un sigillo sovrannaturale, i cui effetti proseguono a permeare il cattolicesimo. Oltre a vedervi confermate le proprie tesi, Pio IX ha l’intelligenza d'intuire l’enorme portata popolare dell’evento. L’appoggio a Bernardette e lo sviluppo di Lourdes quale centro portante della fede, spesso testimone di miracoli mozzafiato, spiegano il favore crescente dei circoli cattolici di ogni Paese. Nello stesso periodo Pio IX accorda sostegno a un modesto sacerdote astigiano, don Giovanni Bosco, proteso al mantenimento e all’educazione dei ragazzi disagiati. Negli ambienti clericali si sussurra con ammirazione che sia stato lui a lanciare l’anatema alla base dei lutti abbattutisi su Vittorio Emanuele. Il suo Oratorio divenuto Società Salesiana gode della benedizione papale. L’apertura all’insegnamento da parte dei collegi salesiani viene vista come il tentativo di contrastare sul piano dottrinario la forte crescita della massoneria. Pio IX l’ha individuata quale nemico principale, fomentatore di tutti coloro che attentano al suo potere temporale ancorato al culto del passato.
L’introduzione delle ferrovie (la Roma-Frascati, 20 km, e la Roma-Civitavecchia, 80 km) è un investimento di capitali provenienti dalla Lombardia, dalla Francia, dalla Spagna. Il Papa si è interessato ai treni durante l’esilio di Gaeta: la breve linea ferrata, 7 chilometri e mezzo, costruita da re Ferdinando per raggiungere comodamente la reggia di Portici, l’ha intricato. Ma a spingerlo verso la novità, che il suo predecessore Gregorio XVI ha bollato «Satana su rotaia», sono state le insistenze del cavalier Angelo Galli, computista generale della Camera Apostolica, un ragioniere generale dello Stato pontificio. Appena eletto Mastai Ferretti, gli ha spiegato che il progresso e le entrate di un tesoro sempre a corto di fondi avrebbero camminato meglio sui binari. Il Papa ha manifestato un cauto consenso divenuto più convinto quando è stato prospettato che il tratto iniziale potrebbe essere la Civitanova-Fabriano, nelle natie Marche. Invece si è cominciato nel ‘56 con la linea Roma-Frascati, la cui utilità sfugge alla comprensione dei più.






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