A MILANO NASCE L’ITALIA
Le cinque giornate che hanno cambiato la nostra Storia

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Dal 18 al 22 marzo 1848 nasce a Milano l’Italia che verrà. È il frutto dell’unica rivolta, in cui popolo, borghesia e nobiltà combattono assieme, benché sia il primo a pagare il prezzo più alto. Naturalmente tra invidie, compromessi, voltafaccia. Eppure quel sentimento di Nazione alla fine si rivela più forte di ogni interesse di bottega.
Le 5 giornate massimo esempio di rivoluzione nel segno dell’egalitarismo: non ci sono capi preordinati, ognuno conquista i galloni sul campo, ogni quartiere, ogni barricata decide al proprio interno qual è la risoluzione migliore da prendere. L’unico paragone possibile è con le 4 giornate di Napoli. Il tutto sintetizzato nel vecchio austero dalla barba bianca, rimasto senza nome, che guidò per cinque giorni la barricata di Porta Nuova.
La ribellione viene preparata per un anno nelle sale della Società dell’Unione, sopra le vetrine del caffè Cova, dove agisce una sorta di associazione clandestina, di cui l’intera città parla e favoleggia, il Club dei lions. Così vengono indicati i giovani cospiratori aristocratici, che vi si radunano. L’altra incubatrice è il salotto della contessa Clara Maffei nella centralissima corsia dei Giardini (l’attuale via Manzoni), da anni un polo di attrazione. C’è la ressa per essere accolti, per sedere sui suoi divani in mezzo a tanti giovani ansiosi di emergere, magari nella sera in cui vi fanno capolino Verdi e Manzoni. Lì s’incontrano e si legano per la vita e per la morte i fratelli Dandolo, Morosini, Correnti, D’Adda, Luciano Manara, incaricato da Verdi di aggiornarlo per lettera sugli accadimenti cittadini , mentre egli è in tournèe con le sue acclamate opere. E il cappello adoperato nell’Ernani diventa un simbolo dell’agognata italianità assieme al bianco e al giallo indicante i colori dello stato pontificio, cioè Pio IX al culmine dell”immeritata popolarità.
L’improvvisa diserzione del pubblico alla prima alla Scala annuncia lo scontro. Se ne vanno le regine del pettegolezzo: la prima ballerina austriaca Fanny Elssler, cui un ammiratore compra il pitale per una cifra astronomica, e la contessa russa Giulia Samoylova, ex favorita dello zar, i cui capricci hanno segnato l’epoca e dettato le mode. E quando il Comitato Segreto decide di lanciare la sfida, malgrado la penuria di fucili e munizioni, Milano risponde con commovente dedizione. Incomincia da subito l’epopea delle barricate, dei mobili tirati dai balconi, dei professori che guidano l’assalto dei propri studenti, delle alabarde della Scala trasformate in armi. Il nemico spietato ha le sembianze da Babbo Natale del feldmaresciallo Radetzky, comprensivo finché niente e nessuno disturba il suo ordine, ma pronto a spianare ogni quartiere di fronte alla ribellione. Sulle barricate si esalta la chiacchieratissima relazione tra Manara e la belle delle belle, Fanny Bonacina, entrambi sposatissimi e con figli.
La ritirata austriaca dà la spinta alle speranze di tutta la penisola, annuncia per la prima volta a tanti abitanti della Penisola che l’Italia può esistere. Poi verranno le delusioni della prima guerra d’indipendenza, delle promesse tradite di Carlo Alberto, del ritorno degli imperiali, della caduta della repubblica romana. Alla fine, come scrive Manara alla Bonacina, «dobbiamo morire per chiudere con serietà il Quarantotto». E lui e gli altri andranno a immolarsi a Roma l’anno dopo.




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