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Facciamoci uno staterello


Nell’inverno del ‘42 continuano a chiamarlo l’Espresso, benché il tempo di percorrenza da Roma a Palermo sfori abbondantemente le undici ore previste dall’orario ferroviario. Non sono ancora cominciati i devastanti bombardamenti aerei, tuttavia per accumulare i ritardi bastano le precedenze alle tradotte militari e ai treni merci, gl’improvvisi rallentamenti addebitati a misteriose emergenze. Andrea Finocchiaro Aprile vi sale per sfuggire al controllo sempre più stretto dell’Ovra (Opera volontaria per la repressione dell’antifascismo), che non era, come spesso viene detto, la polizia segreta del regime, bensì una branca della stessa polizia con indennità economiche speciali e dove per essere ammessi bisognava essere convinti sostenitori del fascismo. A Finocchiaro Aprile hanno perquisito casa, sequestrata la fitta corrispondenza, chiesto conto e ragione delle ricorrenti visite, effettuate fino all’aprile del ‘40, all’ambasciata britannica. Anche l’antica e collaudata amicizia con Carmine Senise, l’abile capo della polizia, che tra poco più di un anno transiterà senza problemi da Mussolini a Badoglio, non è parsa bastevole a garantire una rassicurante immunità. Il viaggio nella natia Sicilia è stato considerato il mezzo più immediato per sottrarsi a ulteriori seccature. E poi c’è da mettere in atto il piano che potrebbe cambiare la Storia e appagare le smisurate ambizioni dell’austero, impettito sessantatreenne dalla lucente capigliatura corvina con perfetta riga laterale.
Finocchiaro Aprile è nato nel 1878 a Lercara Friddi, lo stesso paese di Charles Luciano. Il padre Camillo, volontario a sedici anni con Garibaldi a Mentana, aveva già avviato una profittevole carriera da avvocato e ancor più da politico. Sospinto dalla massoneria, si è intruppato nel correntone di Crispi: in una felice, per lui, progressione è stato assessore comunale, deputato, ministro di Grazia e Giustizia nel governo Fortis, autore, nel 1914, del nuovo codice di procedura penale. Andrea ha seguito le orme paterne. Si è laureato a Roma, ha esercitato la professione, insegnato storia del diritto a Ferrara e a Siena. A trentacinque anni è stato eletto in Parlamento nella circoscrizione di Corleone già all’epoca definita la «Cassazione della Mafia». Sottosegretario con Giolitti e Nitti, le sue aspirazioni sono state azzerate dall’ascesa di Mussolini. Fino al 1924 ha tenuto un atteggiamento vagamente critico. In un comizio a Termini Imerese ha definito il fascismo espressione del capitalismo settentrionale ostile alla Sicilia, ha imputato al duce una scarsa attenzione ai problemi dell’isola e dei suoi abitanti. Dietro le quinte si è però offerto quale risolutivo intermediario tra il regime e i siciliani.
L’inesorabile progressione della dittatura ha consigliato a Finocchiaro Aprile di passare dalle imputazioni alle suppliche, tuttavia le orecchie di Mussolini hanno finto di non sentire. Nemmeno l’esclusione dalle liste dei futuri senatori ha alterato «la profonda devozione nei confronti del duce». Ma questi ha pure respinto la richiesta di un’acconcia sistemazione nella burocrazia statale. Nel novembre ’39, malgrado il plauso di Finocchiaro Aprile a nome dei comuni siciliani di ascendenza albanese per l’occupazione della medesima Albania, Mussolini gli ha addirittura preferito un ebreo, Giuseppe Dall’Oro, alla direzione generale del Banco di Sicilia. In tale circostanza Finocchiaro Aprile ha messo da parte le maniere forbite, si è affidato a una ributtante delazione, condita da stomachevole servilismo: «Per il caso che il governo fascista, in attuazione delle provvide norme sulla difesa della razza, credesse di dovere dispensare dal servizio l’attuale direttore generale del Banco di Sicilia, Giuseppe Dell’Oro, mi permetto di rinnovarvi la mia preghiera di assegnarmi il detto ufficio. E’ noto al Ministero delle Finanze, ed io stesso ebbi a informarvene, che nei primi del 1920 ebbi dal ministero Luzzatti l’offerta di quell’ufficio, ch’io però credetti di declinare per ragioni d’ incompatibilità parlamentare… Dal 1925, dopo l’uccisione di Matteotti per la quale si inscenò la vergognosa speculazione delle opposizioni contro il fascismo, non ho tralasciato occasione di dichiararvi, eccellenza, la mia illimitata devozione…». Senz’alcuna vergogna il presunto antifascista ha aggiunto che gli unici meriti di Dell’Oro consistevano nell’essere correligionario dell’ex ministro delle Finanze Jung e questi l’aveva scelto benché fosse un milanese. Dal che si deduce che Jung, discendente da un prestigioso casato palermitano, non nutrisse alcuna stima ni confronti del rancoroso compaesano, con cui, tra l’altro, si conoscevano da bambini.
Lo sprezzante silenzio di Mussolini ha obbligato Finocchiaro Aprile a entrare nelle file degli attendisti, a prepararsi per il dopo. L’antica adesione alla massoneria, paradossalmente in una loggia anti regionalista, ha favorito gli stretti rapporti con sir James Rennel ascoltato rappresentante dell’obbedienza di rito scozzese ruotanti attorno alla corte di San Giacomo. I due si erano annusati e piaciuti al tempo della prima guerra mondiale allorché lord Rennel era l’ambasciatore della Gran Bretagna a Roma. Finocchiaro Aprile è diventato un habitué della sua residenza di Shamley Green, nel Surrey. Vi ha conosciuto anche il figlio, Francis Rennel of Rodd, fra gli emergenti del partito conservatore. Nei mesi caotici tra il vertice di Monaco e l’invasione tedesca della Polonia, fra l’instabile neutralità dell’Italia e le manovre guerrafondaie di Hitler, Finocchiaro Aprile ha stabilito che si avvicinava la sua ora. Dimentico di quindici anni di salamelecchi a Mussolini, ha cercato di attirare l’attenzione dei prossimi nemici dell’Italia. Ha bussato in Vaticano per trovare una sponda in America, ha ispessito le visite a Shamley Green. In testa gli frullava già il progetto di staccare la Sicilia dal resto del Paese e riteneva che per riuscirvi fossero indispensabili due condizioni: la sconfitta militare del fascismo, l’appoggio di Stati Uniti e Inghilterra.
Nel gennaio del ‘40 Finocchiaro Aprile ha raggiunto per l’ultima volta Shamley Green. Sir James è stato un accanito sostenitore di Mussolini nel Parlamento britannico, ma la guerra con la Germania ha imposto di aggiustare simpatie e antipatie. L’inesorabile avvicinamento dell’Italia al Terzo Reich ha spinto gl’inglesi a guardarsi intorno, a cercare sostenitori. I possibili nemici dei loro nemici sono stati considerati amici preziosi, figurarsi poi se abitavano in casa dei nemici. Finocchiaro Aprile è diventato uno di questi, benché mantenesse un ruolo defilato e non accettasse di sporcarsi le mani in operazioni di spionaggio o di sabotaggio. Il suo attivismo ha comunque insospettito i custodi dell’ordine pubblico, eppure la trasferta siciliana, in quei primi mesi del ‘42 non suscita alcuna curiosità in coloro che si dovrebbero occupare della sicurezza nazionale.
La Sicilia che accoglie Finocchiaro Aprile è attraversata dal malcontento. Il fascismo è stato vissuto come un movimento del Nord; l’isola non ha espresso gerarchi di rango; le grandi opere non l’hanno toccata. I siciliani hanno dovuto leggere sui giornali dei milioni e milioni investiti nell’Agro Pontino e nelle lontane colonie africane, mentre nessuno si è curato delle loro strade, dei loro acquedotti. L’opposizione, tuttavia, si è limitata a velenosi bisbigli dentro sale appartate. Un po’ di propaganda l’hanno svolta il «Movimento del soldino» a Messina, il «Fronte unitario antifascista italiano» e il «Movimento autonomista siciliano» nella parte occidentale dell’isola. Anche la mafia ha preso a mostrare il viso dell’arme. Gli strombazzati processi, che hanno fatto il solletico a Cosa Nostra, hanno comunque indotto molti capibastone a uno sdegnato isolamento, a ritenere il fascismo e Mussolini inaffidabili. Il duce ha sempre avuto un rapporto complicato con Sicilia sin dal primo viaggio, nel maggio 1924. Dentro il nutrito programma delle accoglienze entusiastiche predisposte dal numero uno del partito, l’onorevole e oculista Alfredo Cucco, avevano inserito pure una visita a Piana degli Albanesi. Lo dominava da sindaco un influente boss, don Ciccio Cuccia. Nel farsi incontro a Mussolini aveva pronunciato la frase, che mai avrebbe dovuto pronunciare: «Voscenza poteva fare a meno di tanti sbirri intorno… Voscenza, signor capitano, è cu mia, è sotto la mia protezione e niente ha da temere…».
Mussolini era subito andato in bestia. Quel bifolco sconosciuto, che pretendeva di esercitare un potere maggiore del suo e che addirittura gli aveva affibbiato la qualifica di capitano – nella scala del potere di Cuccia si trattava, invece, di un significativo riconoscimento – l’aveva visibilmente messo di pessimo umore. Cuccia era stato ignorato e non aveva giovato alla causa l’appello rivolto a metà della giornata alla folla plaudente, da cui erano stati circondati: «Ricordatevi che Mussolini, oltre a esser il miglior uomo del mondo, è anche amico mio, quindi massimo rispetto e ubbidienza cieca». Alle incomprensioni con Cuccia si era aggiunto il furto della bombetta nella prefettura di Catania. Insomma le due settimane trascorse in Sicilia avevano lasciato un’ombra nel cuore del duce: i siciliani, che già l’avevano deluso nelle elezioni del mese prima, gli erano parsi irrecuperabili; il regolamento dei conti con la mafia, indicata come il centro di potere sostenitore nelle urne dei vecchi esponenti del liberalismo, il modo più spiccio di far intendere la legge del più forte. Non era andata proprio così. Da un lato Cesare Mori, il «prefetto di ferro», aveva bastonato i picciotti e risparmiato i mammasantissima, dall’altro lato aveva messo sotto scacco proprio Cucco, accusato di agire da grande protettore dei mafiosi. Mussolini era stato dunque costretto a intervenire per salvare il buon nome del fascismo.
Il secondo viaggio, nell’estate del ’37, era scivolato via meglio. Sulla scia della conquista d’Etiopia e della proclamazione dell’Impero, Mussolini si era mostrato di manica larga. Aveva parlato di tariffe, di agevolazioni ferroviarie «per eliminare la concorrenza automobilistica», di rendere più veloci i trasporti marittimi utilizzando piroscafi «con stive munite di apparecchi refrigeranti». Ma soprattutto Mussolini si era detto pronto ad affrontare i «problemi agricoli». Molti vi avevano letto la fine del latifondo. Due anni dopo il duce l’aveva definito esempio di vergogna e d’inciviltà, la cui abolizione sarebbe servita a «riscattare la terra, con la terra gli uomini, con gli uomini la razza per disperdere al vento le ceneri maledette della corruzione, dell’imbroglio, dell’arbitrio, dell’ignavia». Nel gennaio ‘40 avevano perciò fondato l’Ente di colonizzazione del latifondo siciliano. Sulla carta avrebbe dovuto accontentare le masse di contadini super sfruttati e non scontentare la casta dei grandi proprietari terrieri. I primi si sarebbero trasformati in mezzadri e avrebbero avuto accesso a uno status sociale fin lì vietato; i secondi avrebbero potuto mantenere gli antichi diritti, purché avessero collaborato a rendere produttive le terre incolte senza intralciare la colonizzazione.
Era stata così avviata la costruzione di abbeveratoi per animali e di stradine campagnole. Un migliaio di famiglie si era insediato nei poderi, ma l’essenza del latifondo aveva conservato i propri privilegi. Era stata scorporata la sola Ducea di Nelson, nei pressi di Catania: l’avevano catalogata bene nemico essendo ancora amministrata dagli eredi del celebre ammiraglio inglese. Ben presto le sorti del conflitto avevano risucchiato ogni attenzione: nessuno a Roma aveva avuto più tempo e voglia di curarsi dell’Ente e degli altri terreni da espropriare. Al contrario gabellieri e latifondisti avevano conservato la sensazione di una minaccia pendente: di conseguenza avevano ancor più unito i propri destini. I gabellieri appartenevano per secolare tradizione a Cosa Nostra; i latifondisti ne costituivano da sempre il referente privilegiato e nelle loro file ormai campeggiavano i più importanti capi mafiosi, Calogero Vizzini, Peppe Genco Russo, Vanni Sacco, i Nasi di Trapani, i Rimi di Alcamo, i Greco di Palermo. Il punto d’incontro sono state le logge, ufficialmente bandite sin dal 1925, sempre all’opera nella quotidianità.
All’inizio del ‘42, dentro i riservati saloni della Società degli agricoltori siciliani, i latifondisti hanno cominciato a ragionare sul futuro dell’isola. Per moltissimi s’identifica con il futuro dei propri possedimenti, con la salvaguardia di feudi e privilegi. Quasi tutti risultano affiliati alla mafia e alla massoneria. La blanda emarginazione, cui sono stati sottoposti dal fascismo, li fa assurgere al ruolo di vittime e d’intransigenti oppositori. Il regime viene definito la «malattia del Nord»; lo Stato unitario è indicato come l’incubatore della dittatura; il latifondo si trasforma nell’unica alternativa alle degenerazioni dell’industrialismo, la sua élite fondiaria diventa «la garanzia di un ordinato sviluppo in grado di consentire il progresso di ogni classe». Dietro tanti paroloni in libera uscita, gli agrari rivendicano un’adeguata ricompensa per essi coincidente con il ritorno al passato. Checché ne dicano, sono infatti atterriti dall’arrivo della modernità: l’apparentano all’eccessiva democrazia statunitense e al rabbrividente comunismo dell’Urss. L’esponente più rappresentativo è Lucio Tasca: appartiene a una radicata famiglia zeppa di conti e di baroni, lui però si deve accontentare della qualifica di cavaliere. Il padre è stato sindaco di Palermo e senatore del Regno. La sua rivalsa sono le ricchezze accumulate grazie a un acuminato intuito affaristico. Le migliorie apportate alle aride terre di Regaleali sono sfociate in lussureggianti vigneti, dai quali proviene un famoso vino di qualità. L’azienda agricola Villa Tasca d’Almerita è citata quale modello di tecnologia avanzata, eppure Tasca ha appena stampato un libello dal significativo titolo Elogio del latifondo siciliano. Viene indicato come un imprescindibile strumento di civiltà e di progresso assieme alle sue tradizioni, compreso l&rquo;aratro a chiodo «molto più utile di ogni attrezzo meccanico». Nel perfetto mondo bucolico inventato da colui che è il trait d’union tra mafiosi, massoni e grandi possidenti soltanto il latifondo appare in grado di assicurare il benessere ai contadini e di conseguenza all’intera Sicilia.
Tasca è stato il confratello più in vista della loggia che ha raccolto il meglio della proprietà agraria. Vi ha introdotto Vizzini, suo vicino in un appezzamento in provincia di Caltanissetta. Don Calò aveva già fama di «uomo rispetto»: più che la lunghissima fedina penale aveva deposto a suo favore l’averla scampata in tre clamorosi processi, dov’era stato accusato di aver imbrogliato lo Stato con un traffico di cavalli rubati e venduti durante la prima guerra mondiale, di sovrintendere alla «mafia delle miniere di zolfo» e di partecipare alla «mafia dei latifondi». L’unico incomodo per Vizzini era consistito nell’anno di confino all’acqua di rose in Basilicata. In mezzo, però, l’alto riconoscimento di rappresentare l’Italia nel 1922 alla conferenza di Londra per la creazione di un cartello mondiale dello zolfo. In quell’occasione gli avevano fatto compagnia Guido Donegani, il fondatore della Montecatini, e Guido Jung. Al pari dei suoi altolocati compari, Vizzini si atteggia ad antifascista, benché in realtà la sola colpa di Mussolini consista nel non averli coccolati. Anche don Calò non perdona al fascismo di averli privati del bene più prezioso: l’uso del voto di scambio, che una dittatura rende inutilizzabile.
Tasca e Vizzini diventano immediatamente gl’interlocutori di Finocchiaro Aprile appena sbarcato dal treno. Lo nominano presidente dei circoli «Sicilia e Libertà» rifugio di latifondisti e massoni. Tanti aderenti provengono dal «Movimento autonomista siciliano» e quindi si piccano di aver sviluppato dall’antifascismo il sentimento d’indipendenza, già manifestatosi – a loro dire – nelle rivolte del 1861, ’63, ’66. Si era, viceversa, trattato di violente esplosioni di rabbia popolare lontane da ogni progetto politico, meno che mai da ogni idealismo. Ma nella consueta retorica del «passato glorioso», tra una mano di scopone e un’altra di tressette, qualsiasi revisionismo di parte trova accoglienza. Si cercano, e ovviamente si trovano, gli antecedenti storici. Nell’infuocata riunione del 1920 a Palermo, in cui i latifondisti avevano lanciato un pasticciato ultimatum al governo di Roma, qualora avesse proseguito nell’intento di assegnare ai reduci di guerra le terre incolte, viene ad arte fissato l’inizio di una recente presa di coscienza della Sicilia. In quei mesi di scatenata fantasia persino la tragica esperienza dei Fasci siciliani, primigenia manifestazione del socialismo in Italia, è letta quale empito d’indipendenza. Rinvigorisce il vecchio ritornello di una Sicilia obbligata ad andare da sola, se vuole progredire.
Mussolini ci ha messo del suo. Il 3 agosto 1941 un telegramma ha ordinato ai ministeri il trasferimento dalla Sicilia dei dipendenti, che vi sono nati. Il motivo è tuttora misterioso: si è accennato a una richiesta avanzata dal comando del II corpo aereo tedesco, con alcune basi nell’isola; si è ipotizzata una dispettosa risposta del duce al crescente malumore della Sicilia nei confronti della guerra e soprattutto del regime. Contro il provvedimento hanno protestato i giornali di Palermo, di Catania, di Messina; ha protestato anche un giornalino universitario, L’Appello, cui Mussolini, nello stupore generale, ha inviato una risposta tramite il prefetto: «Urgenti necessità militari, nessuna voglia di offendere il probo e fedele popolo siciliano». Questo forzoso trasferimento di massa, aggiunto al divieto d’inviare i pacchi di conforto ai prigionieri per non intasare il traffico postale e i trasporti lungo lo Stretto, ha segnato il definitivo distacco della Sicilia dal fascismo.

Finocchiaro Aprile ha una fitta agenda di appuntamenti. Incontra i grandi proprietari terrieri, incontra i nobili, incontra gl’indipendentisti di antica data e quelli di fresco conio, incontra i rappresentanti dei partiti antifascisti, compresi i comunisti, cioè quanto di più lontano dalle sue idee si possa immaginare. A tutti profetizza la sconfitta di Hitler e di Mussolini, spiega il divario delle forze e degli apparati bellici, sciorina numeri, dati, calibri, che lasciano a bocca aperta gl’interlocutori. E quando l’auditorio ritiene che l’elenco delle rivelazioni sia esaurito, ecco l’annuncio mozzafiato della prossima invasione della Sicilia. Nell’estate del ‘42 serve una bella immaginazione per ipotizzare ciò che ancora non ha preso forma nemmeno nella mente di Churchill. A quanti domandano maggiori ragguagli, a chi degli amici più intimi osa chiedergli quale sia la fonte di simili auspici, Finocchiaro Aprile fra un sospiro e un alzare gli occhi verso l’alto risponde che lui sa, che lui è in contatto con i padroni dell’Universo, che Roosevelt gli ha promesso l’aiuto dell’America per una Sicilia indipendente. Finocchiaro Aprile ha in effetti spedito, attraverso il Vaticano, alcune lettere al presidente Usa. Tuttavia mai si è saputo di una risposta. Nei palazzi pontifici amici influenti lo tengono informato sui movimenti nello scacchiere della politica internazionale. Al resto provvedono le entrature dentro la massoneria britannica. Nell’eterno gioco del dare e dell’avere Finocchiaro Aprile è convinto di piegare gli altri ai propri disegni.
Roosevelt e Churchill inseguono il modo migliore di scardinare Mussolini, ogni progetto tendente a scuotere la dittatura, ad accrescere la protesta nei suoi riguardi trova tanta comprensione e tante promesse. Accade pure con l’indipendentismo. Però neppure questo quadro d’insieme giustifica la profezia di Finocchiaro Aprile sullo sbarco. Allora si può ipotizzare una ragnatela d’intese, di complicità, di patti inconfessabili in grado di tenere nello stesso calderone la Chiesa e un suo nemico storico come l’obbedienza di rito scozzese. Il trasformismo risorgimentale ricompare nel compromesso tra due forze in teoria inconciliabili. E’ l’esordio ufficiale dell’inciucio, che poi avrebbe caratterizzato numerose svolte della Repubblica.
Molti giovani cominciano a fantasticare una Sicilia quarantanovesima stella della bandiera statunitense. I fascisti e i loro guardaspalle tedeschi appaiono l’ostacolo da buttare a mare per avventurarsi nel dolce mondo della Coca Cola, del jazz, del dollaro. Da simile marmellata nascono le voci più incontrollabili. Da Palermo a Catania, da Messina a Trapani, da Siracusa ad Agrigento si rincorrono le ipotesi e le previsioni più strabilianti all’insaputa dei carabinieri, dell’Ovra, del Sim (Servizio informazioni militari). La Sicilia da oltre un anno viene colpita dalle scorribande di un’inafferrabile cellula dello spionaggio britannico. La guida un singolare ed effervescente professore dell’università di Catania, Antonio Canepa; la compongono giovanissimi studenti, hanno vent’anni e anche meno. Il rischio è altissimo: la città sonnolenta, ironica, disincantata ha all’improvviso conosciuto una velenosa radicalizzazione ideologica. Da un paio di anni fioccano le denunce politiche. Il preside del ginnasio-liceo Cutelli, Rosario Verde, ha avanzato forti dubbi sul patriottismo del docente più noto e più stimato, il professore di latino e greco Carmelo Salanitro. L’innocuo, gentile insegnante dagli occhialetti tondi è stato sorpreso nel novembre ‘40 a deporre bigliettini di denuncia del fascismo liberticida e sanguinario. Incarcerato, processato, condannato a 18 anni di carcere, sarà ucciso nelle camere a gas di Mauthausen il 18 aprile 1945. Canepa ha provato ad arruolare Salanitro, ma questi, da cattolico intransigente, ex militante del Partito popolare, gli ha risposto che ambiva combattere il fascismo, non l’Italia.
Canepa è una delle figure più intriganti e meno conosciute del ventennio. Proviene dalla migliore borghesia di Palermo: il padre, Pietro, avvocato e cattedratico; la madre, Teresa Pecoraro, sorella di un leader del partito popolare di don Sturzo; un cugino di primo grado è Franco Restivo futuro, chiacchierato presidente della Regione e ministro dell’Interno. Nel 1924, sedicenne liceale al collegio Pennisi di Acireale, Canepa è stato l’unico studente della sua classe a esprimersi in pubblico e in modo violento contro l’assassinio di Giacomo Matteotti: «Un governo che ha bisogno di ricorrere a simili mezzi per mantenere le sue posizioni è un governo da lottare e da annientare, costi quel che costi». L’anno seguente ha composto e ciclostilato manifesti contro il regime e contro Mussolini. Alla vigilia della laurea in giurisprudenza, nel 1930, ha preparato con pochi amici l’irruzione nello studio privato del duce, la Sala del Mappamondo, a Palazzo Venezia. Ma il cunicolo segreto da utilizzare per l’operazione è stato scoperto e murato dai poliziotti addetti alla sicurezza del capo del governo.
L’inatteso impedimento non ha smorzato la voglia del gesto plateale. Dal gruppetto di sodali, con i quali s’impratichiva di armi al poligono di tiro, è giunto il suggerimento d’impossessarsi della stazione radio di San Marino per lanciare un appello antifascista. Canepa ha ampliato i contorni del gesto: occupazione della caserma di polizia, sequestro del governatore Gozzi, fedelissimo di Mussolini, prelievo del tesoro pubblico della minuscola repubblica per finanziare l’opposizione estera. I preparativi sono proceduti per mesi in un misto di spavalderia e di totale ingenuità: Canepa ha tenuto i contatti con gli altri per lettera, l’unica cautela è stato di firmarsi Mario Turri. Nonostante l’iscrizione al partito, soltanto la cecità dell’Ovra ha consentito al drappello di aspiranti rivoluzionari di raggiungere nel maggio ’32 la rocca. Ma qui dabbenaggine e presunzione hanno indotto il fratello minore di Canepa, Luigi, e un complice a svelare i propositi al direttore ed editore della Voce di San Marino, che li ha pubblicati in prima pagina. Si sono allora mossi i carabinieri. La retata ha acchiappato decine e decine di ragazzi, l’ha scampata il solo Mario Turri, la cui identità è rimasta ignota.
La scelta di Mussolini di circoscrivere l’episodio per evitare l’effetto emulazione e l’intercessione di famosi professionisti e nobili siciliani hanno alleggerito il quadro accusatorio. E’ scattata la corsa alle attenuanti, alle scuse, ai distinguo. Canepa ne ha immediatamente usufruito: l’hanno trasferito dal carcere all’accogliente clinica romana specializzata in malattie mentali. Ai primi miglioramenti l’hanno portato in una casa di cura a Palermo. In tal modo ha evitato il processo e subìto una condanna veniale in attesa del condono elargito in concomitanza con la ritrovata sanità psichica. Ma una volta stabilito che il tentativo insurrezionale è stato partorito da una mente malata, perché impedire alla stessa mente guarita dalle sue turbe di raccogliere i meritati allori? In poco più di un anno il giovane dottore in legge Antonio Canepa si è riciclato in brillante docente dell’ateneo catanese. Gli hanno affidato la cattedra di cultura e dottrina del fascismo, di storia delle dottrine politiche, di storia dei trattati e della politica internazionale. Entrato nelle grazie del preside di giurisprudenza, il trentaduenne Mario Petroncelli ordinario di diritto ecclesiastico, Canepa ha intessuto un sistema di relazioni altolocate in grado di allontanare da sé ogni residuo sospetto di sovversivismo. Sono state anche riallacciate le amicizie e le frequentazioni con gli ex compagni del Pennisi. Tra questi i rampolli del duca di Bridport, di Nelson, di Hood e di Bronte: privati dal regime della ducea, regalata dai Borboni al famoso prozio, e sul punto di rientrare in Patria hanno fatto da tramite tra Canepa e gli emissari dell’intelligence inglese.
L’antifascismo mai ha smesso d’infiammare l’animo e la mente di Antonio. Per mascherare al meglio l’attività di agente segreto della perfida Albione, si è lanciato a capofitto in un’intensa attività pubblicistica dai contenuti smaccatamente adulatori nei confronti di Mussolini. Quando ha sfornato i tre volumi del Sistema di dottrina del fascismo gli è sembrato naturale dedicarli «All’Autore dell’idea rigeneratrice». Inutile specificare chi fosse l’Autore con la maiuscola. Un simile lodatore del mussolinismo, coccolato in ogni salotto cittadino, dal ricco carnet di conquiste femminili, ha avuto vita facile nello svolgere il compito di reclutatore. Canepa ha preferito i propri studenti. Cinquant’anni dopo uno di costoro ci racconterà che ogni formazione era composta da quattro elementi e che nessuno conosceva gli altri aderenti. Canepa li aveva persuasi con il miraggio dell’indipendenza; aveva spiegato che la via per raggiungerla passava attraverso la sconfitta militare dell’Italia e la vittoria dei francesi e degli inglesi, per quanto il conflitto dovesse ancora scoppiare. Al corso d’indottrinamento ideologico teneva dietro quello pratico. Se ne occupavano specialisti inviati dall’ambasciata britannica di Roma.
La dichiarazione di guerra pronunciata da Mussolini ha sancito l’ingresso nella lotta armata dei ragazzi di Canepa. Alcune azioni sono finite nelle notiziole pubblicate dal Popolo di Sicilia, il quotidiano catanese. Si è accennato a strani «incidenti», nessuno ha osato immaginare o scrivere che siano stati sabotaggi per conto del nemico. Degli «incidenti» più gravi – una batteria di cannoni saltata a Tremestieri Etneo, un deposito di carburante dato alle fiamme a Misterbianco – non è trapelato alcun dettaglio. Almeno una volta al mese Canepa inviava un messaggero a Roma con dispacci, informative, richieste di materiale: l’indirizzo dove effettuare le consegne cambiava a ogni viaggio. L’insospettabile professore godeva di larga autonomia, però riferiva a qualcuno in Sicilia, una sorta di diretto superiore. Il suo nome di copertura era «ragioniere Donovan», mai è stato individuato. Per lustri e lustri si è sussurrato che negli Anni Trenta avesse lavorato dentro l’amministrazione della ducea di Nelson.
I carabinieri, l’Ovra, il Sim brancolano nel buio. L’unico colpo lo mettono a segno con l’arresto di un agente del Soe (Special operations executive), il catanese Emilio Zappalà arruolatosi con l’esercito britannico e sbarcato in Sicilia nel febbraio ‘42 da un’unità della Royal Navy. Incaricato di contattare la cellula di Canepa, Zappalà è stato acchiappato quasi subito, processato e fucilato in novembre a Forte Bravetta, nella Capitale, assieme a un altro italiano del Soe, Antonio Gallo. Il controspionaggio non riesce ad appurare neppure la vera identità dell’autore dell’opuscolo clandestino a ruba fra gli universitari di Catania. S’intitola «La Sicilia ai siciliani». Canepa l’ha firmato con il vecchio pseudonimo Mario Turri, ma con un’imprevista giravolta: nell’infuocato invito alla rivolta armata contro il governo centrale, la lotta per l’indipendentismo assume un’imprevista connotazione comunista. Di essa non sembrano preoccuparsi i patrizi e i conservatori sempre più convinti che la conservazione dei privilegi possa essere garantita da una Sicilia in mano al Pus cioè il Partito unico siciliano. Lo compongono i cento cognomi e i cinquanta nomi, che in difesa della propria convenienza hanno da sempre tradito e calpestato le giuste aspettative dei corregionali. Nell’isola dove i vicerè contano più dei re il Pus da mille anni annulla qualsiasi differenza ideologica. Dall’estrema destra all’estrema sinistra mette insieme e amalgama politici all’apparenza inappuntabili, imprenditori arricchitisi con le concessioni statali e regionali, giudici e magistrati addobbati da sacerdoti del Diritto, eleganti amministratori delegati di banche malmesse: da centocinquant’anni per il proprio tornaconto sono disponibili a baciare tutti i culi nordisti in circolazione.

Un passo importante sulla strada della rottura con l’Italia avviene in settembre: è formato il Comitato per l’indipendenza siciliana (Cis). Pure questa presidenza va a Finocchiaro Aprile, il quale, al termine della campagna promozionale, rientra a Roma senza fastidi. Alla fine del 1942 bussa alla sua porta un giovane palermitano con un biglietto di presentazione. Si chiama Franco Grasso, è uno dei responsabili clandestini del partito comunista in Sicilia. Grazie alla soffiata di un commissario di pubblica sicurezza, si è appena sottratto all’arresto. Anche a lui Finocchiaro Aprile preannuncia le mirabolanti novità all’orizzonte. Grasso propone di unire le forze in un movimento di guerriglia, che compia sabotaggi fino all’arrivo degli Alleati per poi intraprendere una vera attività armata. Avendo tastato la stoffa dei propri sostenitori, Finocchiaro Aprile invita Grasso a raccordarsi con gli esponenti siciliani. Ha intuito che nonostante i proclami infarciti di slogan ultimativi, di lotta fino alla morte, di assoluto sprezzo della vita pur di giungere alla vittoria finale, gli indipendentisti non hanno alcuna voglia di prendere le armi: ritengono che il lavoro lo svolgeranno i soldi anglo-americani. A loro basterà poi raccogliere i frutti.
Inverno e primavera del ‘43 accentuano l’isolamento della Sicilia. Tracolla l’autorità centrale, tutti i poteri sono attribuiti ai generali e agli ammiragli. Da aprile la perdita di autocarri si fa esponenziale: ogni giorno il numero di quelli inservibili supera il numero di quelli riparati e senza di essi, in una terra priva di adeguata rete ferroviaria, saltano i rifornimenti per tantissimi paesi e villaggi. Con il progredire del caldo si riaffaccia l’antica angoscia dell’acqua: in Sicilia ne scorre più che in qualsiasi altra regione, ma la utilizzano per scopi privati a danno della collettività. Gli acquedotti sono sempre stati una gruviera, lo sono maggiormente in quei mesi d’incursioni aree, di ordigni lanciati a casaccio. Il fabbisogno di popolose comunità dipende dalle autobotti, che però sono state requisite e dopo alcune settimane ne restano in funzione meno di cinquanta. Mancano gli pneumatici, i pezzi di ricambio. Sono ormai esaurite le scorte per qualsiasi tipo di vettura così come nel periodo della semina sono risultati introvabili gli anticrittogamici, i concimi, il carburante per le macchine agricole e nel periodo della raccolta sono spariti i sacchi e la corda. E’ stata l’ultima beffa dopo la fatica e i sacrifici dispiegati per i lavorare i campi. Ai giovani non hanno infatti riconosciuto lo stato di «forza indispensabile allo sforzo bellico della Nazione» com’è avvenuto con gli operai delle fabbriche del Nord. Dunque, non si sono potuti sottrarre alla cartolina precetto. A spaccarsi la schiena su quelle zolle sono rimasti i vecchi, le donne, i ragazzini.
I crescenti bombardamenti alleati seminano lutti e distruzioni. I treni marciano su un solo binario, basta un vagone colpito per bloccare intere tratte. Il sistema viario versa in condizioni pietose: i mitragliamenti e le bombe hanno reso impraticabili sia le poche strade dotate di un manto di bitume, sia i sentieri in terra battuta. I collegamenti sempre più precari con il Continente provocano una grave crisi alimentare. La distribuzione del pane, per altro gommoso e poco commestibile, scende prima a 200 grammi giornalieri, poi a 150. In maggio sono distribuiti l’olio e lo zucchero di febbraio, la pasta di marzo. La carne si trasforma in un miraggio. Lunghe file si formano dinanzi alle rivendite quando si propaga la voce che è stato macellato un bovino. Le snervanti attese dentro un puzzo crescente – il sapone risulta introvabile – si risolvono quasi sempre in niente. La priorità sulle bistecche va ai militari, poi ai carabinieri, quindi ai vigili urbani, infine ai dirigenti del municipio. Nei casi fortunati si salvano le frattaglie: a esse viene conferita la pomposa definizione di «quinto quarto».
Le famiglie non riescono a sfamarsi. Al mercato nero i prezzi sono duplicati: un chilo di pasta costa 35 lire, lo zucchero 70, l’olio 60, il formaggio 80, il burro, quando si trova, 100. In certi giorni un chilo di carne tocca le 350 lire. I contadini e gli allevatori cercano di sfuggire alle dure regole e alle miserrime quotazioni dell’ammasso: 30 lire per un chilo di frumento, 970 per un vitello. Le rare notizie provenienti dal Continente aumentano la rabbia: le razioni di vitto distribuite da Reggio Calabria a Bressanone sembrano luculliane agli occhi di una popolazione sfinita. Il movimento indipendentista accolla ogni responsabilità allo Stato per acuire il sentimento anti italiano già strisciante in larghi strati della popolazione. Da Palermo si propaga a Catania: nella villa sulle prime pendici dell’Etna di un famoso chirurgo, il professor Santi Rindone, al calar del buio sono accolti avvocati, medici, notai, possidenti terrieri, professori. La sera in cui bussa alla porta anche il maresciallo dei carabinieri per chiedere il motivo di così continue riunioni, viene spiegato con aria complice che è in corso un torneo di tressette: il caro maresciallo ha voglia di partecipare? Tra questi amanti del tressette, diversi hanno avuto un ruolo pubblico prima del fascismo, ma il loro giudizio è severo anche sull’amministrazione monarchica: in ottantadue anni di Stato unitario la Sicilia è stata calpestata e umiliata da chiunque. A Catania poco sanno di quanto bolle a Palermo, tuttavia le conclusioni appaiono identiche.
In prossimità dello sbarco alleato, ipotizzato nella prima metà di luglio, le file del Cis s’ingrossano. Vi aderiscono quasi al completo patrizi e latifondisti, si avvicinano molti professionisti. Soltanto Cosa Nostra sembra restarsene in disparte, ma all’organizzazione sono affiliati quasi tutti i componenti del vertice indipendentista. Secondo Buscetta, ne faceva parte lo stesso Finocchiaro Aprile, fedele «soldato» della famiglia di Palermo Centro. La strategia di Finocchiaro Aprile non cambia: aspettare che il fascismo venga spazzato via dai prossimi invasori. A quel punto gli indipendentisti si offriranno per assicurare l’ordinaria amministrazione. Governeranno in nome dei nuovi padroni: la classe dominante dell’isola lo ha sempre fatto negli ultimi duemila anni.
In maggio ai rappresentanti del Pci (Partito comunista italiano) e del Psiup (Partito socialista di unità proletaria, nato dall’unione del Psi con altri due partiti) vogliosi di prendere le armi, Finocchiaro Aprile spiega che non è proprio il caso: la Sicilia, che non ha avuto brigate nere, non avrà nemmeno partigiani. Riunitisi a Santa Margherita di Belice gli uomini della Sinistra sono propensi a un’insurrezione, ma sono consci di aver bisogno del sostegno della mafia e questa dipende dal vertice indipendentista. Finocchiaro Aprile suggerisce di dare tempo al tempo: ogni cosa accadrà da sé senza il rischio di esporsi. Sul momento ha ben altro di cui occuparsi: è atteso in una villa di Capo Soprano, a est di Gela, coperta da un mastodontico gelso fronzuto. Vi abita da qualche mese un ex collega, Salvatore Aldisio, deputato del Partito popolare dal ’21 al ’25. Aldisio è considerato il figlioccio di Sturzo (il sacerdote di Caltagirone, che con la fondazione del Partito popolare ha portato i cattolici in politica), è stato fra i protagonisti della protesta dopo il delitto Matteotti, poi è rientrato in Sicilia a praticare l’avvocatura. Aldisio fa accomodare Finocchiaro Aprile nell’ampio salone dal quale si domina il mare, offre latte di mandorla e spremuta di limone con aggiunta di seltz. Appare orgoglioso di questi rinfreschi preparati con i frutti degli alberi piantati dal nonno.
Conclusi i preliminari del cerimoniale, i due avviano un’inutile schermaglia. A parte la comune introversione, tutto li divide: l’uno longilineo ed elegante, l’altro irsuto e tozzo; l’uno preda di esagerate velleità internazionali, l’altro attaccato alla politica della roba. Sono stati sbozzati per giudicarsi reciprocamente indigesti. Finocchiaro Aprile non nutre soverchie illusioni sulla possibilità di arruolare il più fedele degli sturziani, Aldisio diffida di un massone mangiapreti. Ognuno dei due coltiva la piccola speranza di essere più furbo dell’altro e quindi di carpire qualche segreto. Aldisio tiene per sé le notizie ricevute da New York: don Sturzo ha mandato a dire di tenersi pronti, si avvicina il ritorno sulla scena dei cattolici, il nuovo partito si chiamerà Democrazia Cristiana. Finocchiaro Aprile, da parte sua, non svela i contatti con gli Alleati, i preparativi per venire allo scoperto con un proclama firmato da un ipotetico «Comitato d’azione provvisorio». Nei suoi intendimenti dovrebbe far sollevare l’intera Sicilia «tre volte maestra di civiltà all’Italia e all’Europa, trascurata e avvilita da un governo di filibustieri»: diffuso il 12 giugno, passa quasi inosservato.

Colpisce molto di più il proclama fatto affiggere dal generale Roatta, uno dei peggiori figuri del fascismo, comandante della 6a armata, adibita alla difesa della Sicilia, sui muri di ogni città e paese.
«Siciliani!»
«Le Forze Armate Sicilia, in gran parte composte di vostri conterranei, sono qui tra voi per difendere la vostra isola, bastione d’Italia.
«Voi tutti, ne sono sicuro, affiancherete l’opera delle FF. AA. Sicilia mantenendo in qualsiasi contingenza calma e incontrollabile fiducia nei destini della Patria applicando disciplinatamente e volenterosamente le disposizioni delle autorità militari, attendendo con lena costante al vostro lavoro ordinario e a quello che sarete chiamati per rafforzare sempre più la difesa dell’isola, arruolandovi e, se sarà necessario, combattendo nelle centurie volontarie Vespri d’imminente costituzione. Strettamente, fiduciosamente e fraternamente uniti, voi fieri siciliani e noi militari, italiani e germanici delle FF. AA. Sicilia, dimostreremo al nemico che qui non si passa».

Quel «voi (siciliani) e noi (militari italiani)» acuisce l’avversione dei siciliani per il fascismo e per la guerra voluta dal fascismo. L’insofferenza diventa tanto palpabile da indurre gli ultimi adepti di Mussolini, i più fanatici e i più violenti, a rispolverare il manganello e l’olio di ricino. Aumentano la ripugnanza nei confronti del governo i dodici poveracci ammazzati dai carabinieri ad Alcamo mentre rovistano dentro i vagoni di un convoglio bombardato alla ricerca di cibo. Il distacco fra Roma e la Sicilia si è talmente ispessito che vengono negate le armi per formare le «Centurie volontarie dei Vespri» auspicate da Roatta. Sono sciolti anche i quarantacinque «Nuclei antiparacadutisti» della milizia. L’unica speranza di fermare l’invasione è racchiusa nella ripetizione del miracolo di sant’Agata, capace nel 1551 di salvare Catania da turchi facendo spingere al largo le navi da un impetuoso vento di tramontana.
Roatta perde il posto, ma il suo sostituto Guzzoni ha poco da fare per risollevare una situazione abbondantemente compromessa. Il 10 luglio lo sbarco Alleato travolge le resistenze italo-germaniche, nonostante un contrattacco della divisione Livorno dalle parti di Gela faccia vacillare la 7a armata di Patton. L’ 8a armata di Montgomery viene bloccata sul fiume Simeto alle porte di Catania, mentre nel settore occidentale la progressione degli statunitensi è inarrestabile. L’opera di Cosa Nostra dietro le linee spalanca la strada verso Palermo. Nessuno si era curato del rientro, sul finire degli anni Trenta, di parecchi mafiosi dagli Stati Uniti. A loro si sono uniti nel ‘41 gli Amici, i Bravi Ragazzi, gli Amici degli Amici ritornati dal confino in seguito all’abolizione delle ordinanze Mori del 1926. Da Nola, dove si era rifugiato per sfuggire alla sedia elettrica negli Usa, si è fatto vivo pure Vito Genovese, oriundo napoletano, ma in ascesa verticale dentro la mafia italo-americana, grazie alla protezione di Luciano, al punto da esser promosso, alla fine degli anni Quaranta, capo dei capi. L’incontro tra Genovese e Vizzini ha stabilito il definitivo passaggio di campo di boss e picciotti. Tutti assieme hanno accolto, protetto, istruito, nella primavera ‘43, gli emissari dell’Oss (Office of Strategic Services) giunti con la speciale benedizione di Charlie Luciano. In tal modo gli americani hanno colmato il gap d’informazioni dagli inglesi, che da secoli contano sul sostegno della nobiltà isolana.
L’aiuto di Cosa Nostra viene identificato nell’appoggio fornito da Vizzini. L’alto comando americano gli ha addirittura inviato un caccia sopra la casa di Villalba. E’ stato lanciato un plico per avvisarlo che, in mancanza di taxi, sarebbe stato prelevato da un carro armato con l’insegna di Luciano (una grande «L» nera). Questo racconto oggi può fare sorridere, ma in Sicilia abbiamo visto troppe fantasie trasformarsi in incubi per non concedere almeno il beneficio del dubbio alla stupefacente elevazione di Vizzini nell’empireo a stelle e strisce, tanto più che il 27 luglio 1943 don Calò è nominato sindaco di Villaba dal tenente Beher del Civil Affairs, l’organizzazione del colonnello Charles Poletti. Qualcuno maliziosamente racconta che il tenente Beher deve scandire l’atto a voce alta per venire incontro alle difficoltà del neosindaco con la lettura di vocali e consonanti. A Vizzini e ai suoi uomini viene concesso il porto d’armi per difendersi dai fascisti che, poveracci, non li hanno infastiditi neppure quando detenevano il potere. Il clan, al contrario, si vendicherà del maresciallo dei carabinieri Pietro Purpi colpevole di aver fin lì fatto rispettare la Legge. Sarà dapprima umiliato in piazza, poi freddato alle spalle. Né i suoi colleghi né lo Stato si preoccuperanno di rendergli giustizia.
Lungo la strada per Palermo gli stupefatti soldati statunitensi leggono un manifesto a firma del «Comitato per l’indipendenza siciliana», evoluzione del «Comitato d’azione provvisorio». Vi s’inneggia all’avanzata dell’invincibile armata anglo-americana, all’agonia del fascismo, alla caduta dello Stato unitario colpevole di aver prevaricato in meno di un secolo «la trimillenaria forza civile della Sicilia violandone gl’interessi morali e materiali». L’inverecondo passato sarà tuttavia spazzato dalla nascita della Nazione siciliana pronta a partecipare alla Conferenza della pace da buona amica dell’Inghilterra, degli Usa e di quanti altri accetteranno di prenderla sul serio.






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