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Anche il cielo s’incupì


Il cielo sopra Palermo s’incupisce quando il corteo delle tre Croma blindate entra nella cittàà svuotata dalla calura della domenica estiva.
All’improvviso l’azzurissimo di una giornata splendida è sporcato da nubi inattese.
Le vetture, sulle quali viaggiano Paolo Borsellino e i sei poliziotti incaricati di custodirlo, attraversano incroci deserti, strade senza passanti. Giungono in via Sampolo, svoltano in via Autonomia Siciliana.
Sulla sinistra comincia via Mariano D’Amelio, palazzoni residenziali a uno sputo dalla Fiera del Mediterraneo abitati da una borghesia tradizionale.
La Croma di testa, condotta da Antonio Vullo, si ferma all’imbocco. Via D’Amelio è un enorme parcheggio di auto su entrambi i lati.
Vullo ha un soprassalto: né un cartello di sosta vietata né un cartello di rimozione forzata. Possibile?
Dall’eccidio del 23 maggio a Capaci, - in cui sono stati sterminati Giovanni Falcone, la moglie, Francesca Morvillo, tre agenti (Antonio Montinari, Rocco Di Cillo, Vito Schifani) - gli uomini delle scorte vivono con l’incubo degli attentati esplosivi, delle macchine imbottite di tritolo.
Attorno agli obiettivi piùù sensibili - le case, gli uffici, le sedi istituzionali - sono state predisposte zone estese di sosta vietata. In via D’Amelio, no, benché al 19 ci vivano la sorella Rita, sposata Fiore, e la madre di Borsellino, il procuratore aggiunto erede materiale e spirituale di Falcone, del quale ha raccolto il testimone dopo averne condiviso indagini, pericoli, polemiche.
Tutti a Palermo sanno che Borsellino, legatissimo alla mamma, si ritaglia appena può lo spazio per una visita.
E tutti l’hanno udito annunciare qualche sera prima, durante un affollatissimo convegno, di ritenersi un condannato a morte.
Allora che senso ha agevolare il compito ai macellai in agguato non tenendo lontano le auto da quel palazzo?
D’altronde, una settimana prima è dovuto intervenire il capo della Polizia, Vincenzo Parisi, per imporre che la grande vetrata nell’ufficio di Borsellino venisse sostituita con una a prova di proiettili.


Vullo rivolge un’occhiata interrogativa al collega Claudio Traina, seduto accanto. Che facciamo?
Pochi secondi d’indugio, la Croma guidata da Borsellino li supera e si arresta fra il civico 19 e il civico 21.
Borsellino è venuto a prendere la madre per condurla alla visita cardiologica fissata da lì a un’ora.
La mossa del magistrato detta i tempi alla scorta, elimina ogni dubbio, ogni precauzione: Vullo affianca con la sua la macchina di Borsellino, balzano fuori Traina e il poliziotto sistemato dietro, Vincenzo Limuli, il più giovane, 22 anni, dei sei agenti.
Si fa sotto anche la terza Croma. Vullo porta avanti la propria: ha il compito di posizionarsi a un’estremità della strada per impedire l’accesso a ogni vettura.
Scopre che questa parte di via D’Amelio è delimitata da un muro e tira un sospiro di sollievo.
Butta l’occhio sullo specchietto retrovisore.
Dalla terza Croma stanno scendendo Agostino Catalano, l’esperto capo scorta, 42 anni, ancora provato dalla scomparsa della moglie; Claudio Walter Cosina, che dovrebbe essere di riposo, ma si è offerto di regalare un giorno in più di ambientamento al suo sostituto appena giunto da Trieste; Emanuela Loi, l’inconfondibile zazzera bionda: ha già annunciato l’imminente matrimonio, i colleghi hanno cominciato la raccolta dei soldi per il regalo.
In teoria Catalano, Cosina e Loi non dovrebbero trovarsi attorno a Borsellino.
Secondo gl’insegnamenti del corso, con la loro Croma dovrebbero chiudere la seconda estremità di via D’Amelio, qualcuno magari rimanere sull’auto, gli altri prendere posizione.
Ma Catalano è legatissimo al magistrato, gli cammina accanto nel desiderio di proteggerlo e Walter ed Emanuela gli stanno dietro con pistole, mitra dalla canna corta, gli occhi che roteano intorno alla ricerca del pericolo.
Vullo, quindi, non si stupisce di vederli dirigersi tutti assieme verso l’ingresso del palazzo: sei italiani perbene, il difensore della legge e i suoi angeli custodi.
Borsellino s’avvicina al citofono per avvertire i familiari che è giunto...
Il boato scuote mezza città.
Lo sentono all’Arenella e a Resuttana, lo sentono a San Lorenzo e a Cruillas, quartieri nei quali è stata scritta la cronaca più nera di Palermo; lo sentono al Parco della Favorita e in viale Regione Siciliana, nei cui pressi, dentro il complesso di via Bernini, conduce un’agiata latitanza Totò Riina, all’apparenza il capo indiscusso di Cosa Nostra.
Lo sentono i tanti mafiosi ai quali Riina ha garantito che sta per imporre le proprie condizioni allo Stato («Si sono fatti sotto, ci devono dare quanto vogliamo»).
Lo sentono i mille complici invisibili: bravi borghesi che si sono sottomessi, rappresentanti delle Istituzioni che con i mammasantissima preferiscono accordarsi anziché combatterli, politici affamati di potere.
Ciascuno insegue un polposo tornaconto. Che grondi sangue innocente è ritenuto un mero accidente della storia.
La Croma di Vullo è investita da una fiammata. L’auto viene sollevata dall’asfalto e rovesciata.
Vullo apre lo sportello ed esce prima che la macchina esploda.
Via D’Amelio è un susseguirsi di scoppi, di esplosioni.
Vullo estrae meccanicamente la pistola, procede barcollando tra fumo, macerie, pioggia di detriti.
Scorge un corpo dilaniato e bruciato, ma non riesce a riconoscerlo.
Aumenta l’andatura, avanza in mezzo a brandelli di carne, s’accorge di essere fermo sopra un piede amputato.
Dalla nebbia di polvere vede sbucare un poliziotto della prima volante che è accorsa, attirata dal boato.
Vullo sviene, si risveglierà in ospedale.
Sono le 16,58 del 19 luglio 1992.
La storia d’Italia cambia per l’ennesima volta in questo complicato mezzo secolo di Repubblica. E non è un caso che il primo dei cambiamenti sia avvenuto a cinquanta chilometri da qui. Quarto Mulino, frazione di San Giuseppe Jato: alle 17,17 del 2 settembre 1943 Salvatore Giuliano uccise il carabiniere Antonino Mancino per sfuggire a un posto di blocco. Era il suo primo omicidio, ma avrebbe mutato per sempre il destino della mafia e il nostro.


In via D’Amelio lo scenario è da guerra: facciate dei palazzi trafitte da centinaia di schegge, vetri frantumati, infissi divelti, mobili sconquassati dentro le stanze prospicienti la strada, dove le fiamme serpeggiano tra i resti delle auto.
Puzza di carburante, di gomma arsa, di carne bruciata: brandelli di Emanuela sono appiccicati sulla parete e colano in terra.
Il corpo carbonizzato di Borsellino viene individuato tra l’inferriata e il giardinetto dell’appartamento al piano terreno: il braccio destro è stato troncato di netto.
Pur mancando il riconoscimento ufficiale, i poliziotti, i carabinieri, i magistrati lo identificano immediatamente.
L’Ansa lo sancisce con il dispaccio delle 19,08. Cinquanta minuti più tardi sono resi noti pure i nomi dei cinque poliziotti.
Neppure il giorno del rapimento di Moro o il giorno in cui le Brigate Rosse hanno fatto rinvenire il suo cadavere l’Italia ha conosciuta tanta rassegnata disperazione.
Persino quanto è avvenuto cinquantasette giorni prima a Capaci pare meno devastante di tanto scempio.
Molti avvertono che è stato toccato il punto di non ritorno.
Abituati a leggere sui giornali e a vedere nei TG scene simili in Colombia o a Beirut, serpeggia il terrore che siamo avviati verso una sorte peggiore.
Ma non tutti piangono e s’abbattono.
Nel tardo pomeriggio in casa di Vito Priolo si brinda alla riuscita dell'operazione.
Alla bicchierata partecipano i due Ganci, Raffaele e il figlio Domenico, ras della Noce, il mandamento che sta nel cuore di Riina, e Salvatore Cancemi, il reggente di Porta Nuova.
Nei giorni seguenti Giovanni Brusca, il macellaio di Capaci, si recherà da Aglieri e Greco per i complimenti di rito. Gli farà da autista Santino Di Matteo, detto «mezzanasca» per la forma del naso.
Fra poco lo arresteranno per il suo ruolo nella strage di maggio sull’autostrada e lui avvierà la collaborazione.
Per obbligarlo a tacere gli rapiranno, il 23 novembre 1993, il figlio dodicenne Giuseppe. Il suo calvario commuoverà il mondo.
Invano il nonno, di cui il nipotino porta il nome, si offrirà in cambio. Ormai ridotto a un’ombra senza volontà - un «cagnuliddu» racconterà uno dei carnefici - Giuseppe sarà strangolato il 9 marzo ‘95 da Vincenzo Chiodo con l’assistenza di Giuseppe Monticciolo ed Enzo Brusca.
I telegiornali hanno appena annunciato che Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella sono stati condannati all’ergastolo per l’assassinio dell’ex potentissimo esattore Ignazio Salvo.
Per Giovanni Brusca rappresenta la vendetta delle accuse rivoltegli dal padre di Giuseppe.
Il cadavere di Giuseppe viene affidato a Gaspare Spatuzza per essere sciolto nell’acido.
In un’agghiacciante intervista televisiva, Santino Di Matteo rovescia la colpa di quanto è accaduto anche sui propri congiunti.
Sostiene che si sarebbero dovuti comportare come Peppino Di Maggio, il quale, dopo il passaggio del figlio Balduccio con lo Stato, ha avvertito i Brusca: se toccate uno dei nostri, ci rifaremo con le vostre donne.
“Anche i Di Matteo”, dice «mezzanasca», “si sarebbero dovuti regolare allo stesso modo. Un’ora dopo che io ho cominciato a collaborare, qualcuno sarebbe dovuto andare dalla madre dei Brusca ad avvisare: occhio per occhio, dente per dente. Non l’abbiamo fatto e ha pagato il più innocente di tutti.”
L’inizio del sequestro, che esemplifica anche agli scettici di quale incontrollabile ferocia siano portatori gli uomini del disonore, rimette in primo piano i tanti interrogativi, che già nel ‘93 sono sorti su via D’Amelio.
Dalla casa sicura in cui vive a Roma, Di Matteo sparisce poche settimane dopo il rapimento del figlio.
Cerca agganci, s’informa sulla contropartita richiesta dai rapitori.
Rientra trentasei ore dopo.
Nella Capitale lo raggiunge la moglie, Franca Castellese, donna determinata e forte.
I due hanno un colloquio tempestoso. Franca singhiozzando dice al marito: “Tu devi pensare a tuo figlio”. E cita per tre volte via D’Amelio.
Della morte di Borsellino e dei cinque agenti di scorta «mezzanasca» dovrebbe parlare in un interrogatorio già fissato per dicembre.
Fino al 23 novembre, con una scusa o con un’altra, evita di rispondere sui motivi dell'eliminazione di Borsellino.
In pratica continuerà a farlo e questo suo atteggiamento può anche far pensare che Giuseppe sia stato portato via non per vendetta, ma per indurre il padre a tacere ciò che sa su via D’Amelio. Ma che cosa può sapere l’antico soldato della «famiglia» di San Giuseppe Jato?
Di Matteo ha presenziato ai colloqui di Brusca con Pietro Aglieri, «capofamiglia» di Villagrazia, l’ex regno di Stefano Bontate, la principale vittima della campagna di morte scatenata da corleonesi nel 1981 per sancire la conquista di Palermo e del governo mafioso, la commissione interprovinciale.
Brusca era stato il regista di Capaci e ci teneva a veder confermato il proprio ruolo anche per Borsellino.
Riina aveva, invece, deciso che se ne dovesse occupare Aglieri assieme al braccio destro, Carlo Greco. E Brusca aveva a malincuore autorizzato Di Matteo a consegnare i timer avanzati da Capaci.
Di Matteo, dunque, conosce qualche delicato dettaglio della mattanza, le cui cause sono ignote a gran parte dei mafiosi.
I macellai sapevano soltanto di dovere fare in fretta. Talmente in fretta da fregarsene della contrarietà espressa da alcuni boss in galera, timorosi di pagare le conseguenze, e da contravvenire alla secolare prudenza dei clan.
La regola è che non s’interviene quando sono in ballo precisi interessi. E infatti non sono avvenuti omicidi durante il maxiprocesso.
Viceversa la strage di via D’Amelio è caduta mentre il parlamento esaminava il decretone del ministro di Giustizia, Martelli: inseriva il carcere duro (41 bis), sospendeva i benefici per i galeotti, spalancava le porte dei penitenziari ai collaboratori di giustizia e ne aumentava i benefici economici.
Il decretone risultava inesplicabilmente inviso alla Sinistra e alle sue correnti del Csm (Consiglio superiore della magistratura).
Un nuovo attentato non poteva che spingere le Camere ad approvarlo, anzi ad inasprirlo, ma i fautori non hanno deflesso di un millimetro.
Evidentemente hanno ritenuto compatibile con i benefici futuri il sostanzioso prezzo da pagare.
A gestire il mattatoio è stato un gruppo ristretto di boss giovani, intraprendenti: Pietro Aglieri, Salvatore Biondino, Giuseppe Graviano.
Hanno conquistato gradi e ricchezza durante lo sterminio delle vecchie «famiglie» mafiose voluto da Riina nel 1981: un migliaio di cadaveri e la fuga in America dei pochi ai quali è stata concessa la possibilità di scamparla, i famosi «scappati».
A ogni agguato, a ogni uccisione eccellente Aglieri, Biondino, Graviano hanno guadagnato una promozione. Hanno accettato di sottostare ai «viddani» (villani) di Corleone per conquistare il potere e i piccioli, che i grandi casati, spesso presenti su piazza fin dall’Ottocento, non volevano spartire.
Così i Badalamenti, i Bontate, gl’Inzerillo, i Di Maggio, i Greco di Ciaculli, soltanto omonimi dei Greco di Croceverde, i Marchese si sono trovati isolati fino a diventare carne da macello per le squadre della morte di Riina.
E a sparare sono sempre stati i fedeli alleati di Palermo.
Pietro Aglieri è detto «u signorinu» come il nonno, che interamente vestito di bianco amava percorrere sul calessino le rive del fiume Oreto dalle parti di Villagrazia.
Era l’antico dominio dei Bontate, nobiltà mafiosa con tutti i quarti giusti, ma sono stati spazzati via senza riguardi. Dopo Stefano, definito il «principe di Villagrazia», è toccato al fratello minore Giovanni, ucciso nel settembre 1988. Doveva stare all’Ucciardone a scontare la pena per traffico di eroina, ma soffriva di cuore e gli avevano concesso gli arresti domiciliari. Si era rinserrato in casa avendo compreso di essere finito sulla lista nera. Ha però aperto la porta a tre amici, due dei quali erano mezzi parenti, Ninò Bontà e Giovanni Teresi. Li accompagnava Pietro Aglieri, che già all’inizio degli anni Ottanta, con al seguito il futuro vice, Carlo Greco, si era distinto nel dare la caccia ai componenti dei clan perdenti. È stato proprio Aglieri a premere il grilletto contro Bontate e la consorte Francesca Citarda, altro cognome di peso nella geografia di Cosa Nostra. In premio Aglieri ha ricevuto da Riina nell’88 la guida della cosca di Villagrazia e nel ‘92, quale ricompensa per via D’Amelio, è stato promosso capo mandamento della Guadagna.
Salvatore Biondino è un quarantenne che ha avviato la scalata gerarchica nel giugno 1983. Q
uella sera assieme a Raffaele e Domenico Gangi, a Francesco Paolo Anzelmo e a Michelangelo La Barbera ha eliminato in via Cristoforo Scobar il capitano dei carabinieri Mario D’Aleo e i suoi due collaboratori, Giuseppe Bonmarito e Pietro Marici.
D’Aleo aveva sostituito il capitano Basile, ammazzato nel 1980, alla guida della compagnia di Monreale.
Sfruttando il lavoro del predecessore, aveva individuato l’organigramma del nuovo vertice corleonese.
Qualcuno aveva però avvisato Riina e Provenzano e la sentenza capitale si era abbattuta sui tre carabinieri.
Erano anni nei quali gli uomini della Legge fungevano da prede e i fuorilegge da cacciatori.
All’inizio Biondino è un «soldato» del potente mandamento di San Lorenzo, guidato da Peppino Gambino, detto «u tignusu» (calvo) per distinguerlo fra i numerosi Gambino che hanno meritato l'attenzione di giornali e forze dell’ordine di qua e di là dell’Atlantico.
Un suo cugino, Girolamo, è tra i boss del quartiere.
Anche Salvatore ottiene in pochi anni una posizione di assoluto prestigio grazie alla fiducia di Riina.
Le doti di organizzatore gli hanno consentito di partecipare agli eventi più tragici, dall’agguato al vice questore Ninnì Cassarà alla mancata uccisione di Falcone all’Addaura. È stato lui a procurare l’esplosivo (T4 e Semptex-H) usato per imbottire la vettura esplosa in via D’Amelio e ha anche fornito alle vedette il numero telefonico, cui comunicare l’arrivo delle tre Croma.
Nella scia di Riina è cresciuto pure Giuseppe Graviano (29 anni), il boss di Brancaccio.
La sua firma è apparsa nei cruciali delitti dell'ascesa corleonese.
Insieme con il fratello Filippo (31 anni) ha condiviso il piano per eliminare Falcone.
Le fortune della dinastia sono cominciate con il padre, Michele, che all’inizio degli Anni Ottanta si schierð con Riina e pagò con la vita.
Ma la strada per i figli era spianata.
Imputati e condannati al maxi processo, dei tre fratelli Graviano solo Benedetto (35 anni) restò in carcere fino alla scadenza dei termini di custodia cautelare, nel 1990.
Giuseppe e Filippo invece rimasero fuori continuando ad occuparsi della «famiglia« e del territorio, che dal quartiere originale si è esteso fino a Settecannoni e Sperone, periferia sud-est.
Gaspare Spatuzza è un loro mezzo parente.
Nella primavera ’92 ha trasportato le armi a Roma, quando sembrava che l’uccisione del principale nemico di Cosa Nostra dovesse effettuarsi nella Capitale.
Poi era sopraggiunto il contrordine di Riina: va liquidato in Sicilia.
In seconda fila a Capaci, i due Graviano sono stati fra i più decisi nel pretendere l’assassinio di Borsellino.
Proprio quest’insistenza fa immaginare che altre entità, esterne alla mafia, fossero interessate a togliere di mezzo il magistrato.
I Graviano hanno, infatti, allacciato rapporti con le frange palermitane del Sisde, il servizio segreto civile, che in città s’appoggia spesso a irregolari, abituali frequentatori della terra di nessuno.
Ma i Graviano vantano pure contatti con l’imprenditoria nazionale.
Allorchè nel gennaio ‘94 saranno ammanettati all‘interno di un noto ristorante milanese, Gigi il Cacciatore, alcuni collaboratori di giustizia collegheranno la presenza a Milano alle imminenti elezioni politiche, che si terranno in marzo con l‘esordio di Forza Italia, il movimento di Berlusconi figliato da una costola di Publitalia.
In quell‘occasione si parlerà anche dell’interessamento di Dell’Utri per far sostenere un provino al Milan nel ‘92 a Gaetano D’Agostino, l’attuale centrocampista dell’Udinese.
D’Agostino è figlio e nipote di personaggi di peso e i Graviano si erano spesi per lui.
Seppur smentito dall’annotazione di una sua agenda, Dell’Utri ha negato qualsiasi ingerenza.
In ogni caso il Milan ha perso un ottimo giocatore.


Nell’estate del ‘92 l’arcipelago corleonese assiste soddisfatto all'assoluto sbandamento dello Stato. Dinanzi allo sconquasso di Capaci e ai corpi ridotti a tizzoni in via D’Amelio non si sa da dove incominciare. È la samba dei sospetti incrociati, delle tentazioni più assurde. Prima ancora di avviare la caccia ai mandanti e ai killer, s’inizia un repulisti interno nei confronti di chi non ha saputo adottare valide misure protettive per Falcone e per Borsellino.
Ci rimettono il posto il questore Plantone, il prefetto Jovine, il procuratore Giammanco, distintosi nel complicare l’esistenza ai due magistrati.
Qualcuno giura che in via D’Amelio, pochi minuti dopo il botto, si sia affacciato lo spione più conosciuto di Sicilia, Bruno Contrada, responsabile del Sisde in Sicilia e numero 3 in Italia.
Sebbene la circostanza sia falsa, indica che gli antichi equilibri sono stati scompaginati, che la voglia di tanti inappuntabili servitori dello Stato sia d’intorbidare la realtà, non di coglierla.
Del resto il nucleo di Contrada si contende da mesi con i carabinieri del Ros (Reparto operativo speciale) e con i poliziotti dello Sco (Servizio centrale operativo) arresti, benemerenze, titoli di giornali.
A non avere dubbi in quei giorni è la massoneria siciliana. Il professor Orazio Catarsini, uno dei massimi esponenti del mondo accademico, presidente del collegio dei Maestri Venerabili, sottopone ai confratelli delle logge un documento di condanna delle stragi, ma il documento non passa.
La prima stranezza viene registrata alle 18,30 di quella domenica. Nell’ufficio del dottor Fassari, presso la squadra mobile, è aperta la borsa di pelle marrone prelevata dal sedile posteriore della Croma di Borsellino.
Dentro c’è il pacchetto di sigarette, c’è l’agendina con i numeri telefonici, c’è il costume bianco ancora umido usato al mattino per fare il bagno a Villagrazia di Carini.
Manca soltanto l’agenda dalla copertina rossa, regalo natalizio dei carabinieri. Contiene tutti i segreti del magistrato, che vi è solito annotare incontri riservati, confidenze, intuizioni investitative.
Dalla sua consultazione potrebbero emergere importanti elementi per comprendere che cosa abbia fatto scattare l'attentato.
E la testimonianza della moglie, Agnese Piraino Leto, chiude la bocca a quanti ipotizzano che Borsellino possa aver lasciato l’agenda rossa altrove.
No, lei ha visto il marito riporla dentro la borsa al momento di lasciare la villetta al mare. D’altronde Paolo da settimane aveva preso l’abitudine di portarsi appresso in ogni trasferimento, breve o lungo che fosse, la borsa di pelle con dentro l’agenda e il pacchetto di sigarette: “Mi sembri Giovanni Falcone” gli diceva ironicamente la moglie.
Anche Falcone aveva la mania di muoversi assieme agli appunti ritenuti indispensabili.
E ancora la mattina di domenica la signora Agnese ha rivolto quell'accenno scherzoso a Paolo.
Allora, chi ha fatto sparire la fondamentale agenda rossa? Perché fino alla denuncia di Antonino Caponetto, l’ex capo dell’ufficio istruzione intervistato il 25 luglio da Andrea Purgatori sul ”Corriere della Sera“, nessuno ne aveva ammesso la scomparsa?
Nell’indifferenza generale gl’interrogativi rimangono per anni senza risposta.
Furto a carico d’ignoti, viene scritto nel registro dei reati finché un’informazione confidenziale non indirizza gli agenti della Dia (Direzione investigativa antimafia) nello studio di un fotografo palermitano, Franco Lannino.
Era stato fra i primi ad arrivare in via D’Amelio, aveva consumato diversi rullini. I negativi vengono esaminati uno a uno. Spunta quello giusto.
E chi è l’aitante sconosciuto in camicia azzurra e giubetto intonato, che si allontana dalla Croma di Borsellino con una borsa di pelle in mano?
Bastano poche verifiche per accertare che si tratta del capitano dei carabinieri Giovanni Arcangioli e che la foto è stata scattata alle 17,20.
Per esser certi di non incorrere in una svista gl’investigatori acquisiscono pure i filmati realizzati il 19 luglio dalla Rai e da altre emittenti.
In uno si vede addirittura Lannino mentre esegue l’istantanea destinata a ben figurare fra gl’infiniti misteri della Repubblica.
Tocca dunque ad Arcangioli, divenuto tenente colonnello, spiegare quale fine abbia fatto l’agenda rossa.
Inizialmente i suoi difensori tendono di accreditare la possibilità che Borsellino avesse con sè l’agenda al momento dell’esplosione e che dunque la stessa si sarebbe dissolta nell’esplosione.
Ma Vullo non ricorda di aver visto il magistrato scendere dall’auto con qualcosa in mano e poi, osserva la procura di Caltanissetta, Borsellino ha guidato l’auto da Villagrazia di Carini a via D’Amelio e qui è sceso quasi di corsa: quando avrebbe potuto prelevare la borsa dal sedile posteriore, aprirla ed estrarre l’agenda?
Il 5 maggio del 2005 Arcangioli ammette di avere prelevato la borsa.
Sostiene che glielo chiese uno dei magistrati incontrati sul luogo della strage, Giuseppe Ayala e Vittorio Teresi. Sarebbero stati, per l’appunto, i due a rivelargli che Borsellino mai si staccava dalla sua agenda.
In seguito Arcangioli dice di aver incontrato anche Alberto Di Pisa: ritiene che si fosse precipitato in via D’Amelio in quanto magistrato di turno.
Presa la borsa, uno dei due magistrati l’aprì e tutti insieme constatarono che non conteneva alcuna agenda.
L’irrilevanza dei fogli rinvenuti nella borsa indusse Arcangioli a non redigere alcuna relazione di servizio e a incaricare un collaboratore di depositarla nell’auto di servizio di Ayala o di Teresi.
Ma l’ufficiale non è sicuro di quest’ultimo ricordo, meno ancora che la richiesta di avere la borsa sia provenuta da uno dei due.
Teresi lo contraddice con forza: assicura di essersi presentato in in via D’Amelio intorno alle 18,30, ben dopo lo scatto effettuato dal fotografo Lannino.
Ancora più recisa la smentita di Di Pisa: mai andato in via D’Amelio e quel pomeriggio non era di turno.
Sia Teresi, sia Di Pisa minacciano querele nei confronti di quanti li chiamano in causa.
Con testimonianze così disparate a Caltanissetta decidono d’interrogare Ayala. L’amico e collega di Falcone e di Borsellino è stato già ascoltato l’8 aprile 1998, nell’ambito di un filone di indagine sui mandanti occulti della strage.
In quell’occasione aveva raccontato di esser stato fra i primi ad arrivare in via D’Amelia, 10-15 minuti dopo l’esplosione, abitando all’epoca nel residence Marbella distante non più di 150 metri.
Ayala aveva scorto un carabiniere aprire lo sportello posteriore della Croma e prendere una borsa con tracce di bruciacchiatura.
Il militare gliel’avrebbe voluta consegnare, ma lui, essendo da un mese deputato del Partito repubblicano, non era più un magistrato in servizio autorizzato a riceverla.
Di conseguenza aveva invitato il carabiniere a rivolgersi al sostituto procuratore di turno.
Ayala aveva concluso negando che la borsa fosse mai stata aperta in sua presenza.
Nell’interrogatorio del 13 settembre 2005 Ayala cambia versione. Adesso l’ex magistrato ricorda di aver visto lo sportello della Croma aperto e di avere egli stesso preso la borsa bruciacchiata dal sedile posteriore.
In seguito l’aveva affidata a un ufficiale dei carabinieri in divisa e più anziano di Arcangioli.
Ayala ribadisce di non avere aperto la borsa. Tuttavia, il contrasto fra la sua deposizione e quella del tenente colonnello obbliga Ayala a una terzo interrogatorio.
L’onorevole dell’Ulivo chiede aiuto alla memoria di Felice Cavallaro, inviato del Corriere della Sera, con cui aveva condiviso in via D’Amelio quelle fasi di grande concitazione.
Cavallaro conferma che una persona in abiti civili prese la borsa dallo sportello posteriore sinistro. Non riesce, però, a stabilire se fosse Arcangioli, anzi sarebbe portato a escluderlo.
Al contrario rammenta il gesto di allungare la borsa prima a lui, poi ad Ayala. Entrambi l’avevano rifiutata e girata a un ufficiale dei carabinieri in divisa, assai alto, materializzatosi all’improvviso: costui l’aveva presa e se n’era andato.
Il tutto non era durato più di un minuto.
Dinanzi alla ripetuta incompatibilità fra le versioni di Ayala e di Arcangioli si rende inevitabile un confronto diretto.
I due mantengono le precedenti dichiarazioni, ma Arcangioli aggiunge nuovi dettagli: «Per esortazione di qualcuno che non ricordo - credo fosse Ayala - ho preso la borsa dal pianale posteriore sinistro, sono andato nel lato opposto di via D’Amelio, ho aperto la borsa, non c’era nulla di interessante, e ho rimesso - o fatto rimettere - la borsa sul sedile posteriore. Il tutto alla presenza di Ayala. C’era anche un ufficiale dei carabinieri? Non ricordo».
Ayala, da parte sua, ribadisce di non conoscere Arcangioli e di non averlo incontrato prima del faccia a faccia in procura.
I magistrati nisseni hanno ben chiara l’importanza dell’agenda rossa, intuiscono che possa essere la chiave per leggere la strage di via D’Amelio e magari anche quella di Capaci.
E pur percependo che difficilmente riusciranno a metterci le mani sopra, sperano di poterne almeno ricostruire la sparizione e in tal modo individuare chi abbia avuto interesse a cancellare una prova così delicata.
Il 2 marzo 2006 viene ascoltato Rosario Farinella, carabiniere di scorta ad Ayala, che l’aveva accompagnato il 19 luglio in via D’Amelio.
Farinella afferma di aver visto la Croma di Borsellino avvolta dalle fiamme e un vigile del fuoco intento a spegnerle.
Ayala aveva notato la borsa sul sedile posteriore: con l’aiuto del vigile era stato aperto lo sportello, Farinella aveva estratto la borsa per darla ad Ayala, ma questi l’aveva rifiutata.
Farinella l’aveva perciò tenuta e si era diretto verso il cratere formato dall’esplosione. Dopo pochi minuti Ayala aveva chiamato un uomo in abiti civili appartenente alla polizia e gli aveva spiegato che si trattava della borsa di Borsellino.
Ricevuta la borsa, il poliziotto si era allontanato. La sua identità, purtroppo, resta ignota.
Nella foto mostrata dai magistrati Farinella non identifica Arcangioli.
Rammenta, tuttavia, che a differenza di Arcangioli il misterioso poliziotto non esibiva la placca metallica di riconoscimento.
Sebbene non abbia appianato le molte difformità fra i ricordi di Ayala e quelli di Arcangioli, la ricostruzione di Farinella serve almeno a far combaciare uno dei tanti dettagli, sul quale i due principali testimoni divergevano.
Secondo Ayala la borsa presentava qualche bruciacchiatura, secondo Arcangioli era, invece, intatta. L’iniziale forzatura degli sportelli descritta da Farinella, e non rammentata da Ayala, spiega perché la borsa, protetta dentro l’auto chiusa, non avesse preso fuoco e, quindi, apparisse intatta come si scorge nella foto in cui Arcangioli la tiene in mano.
La bruciatura notata in seguito era dovuta al ritorno di fiamma descritto dal vigile del fuoco, il quale si era poi affrettato a bagnare con l’idrante l’interno della Croma e ne aveva avvertito la polizia.
Il 1º aprile 2008 il gip di Caltanissetta, Paolo Scotto di Luzio, proscioglie Arcangioli dall’accusa di furto.
Probabilmente le troppe discrepanze e l’impossibilità di provare, dopo sedici anni, chi mente, hanno obbligato il giudice a sancire l’impossibilità di capire chi si sia impossessato dell’agenda rossa.
È l'ennesimo documento di carta scomparso nel nulla e sul quale misteriosi personaggi stanno campando di rendita, com’è accaduto con il bigliettino inviato a Salvatore Giuliano nel 1947 per indurlo a sparare sui pacifici dimostranti di Portella delle Ginestre; com’è accaduto con il memoriale dello stesso Giuliano trafugato dopo la sua uccisione nel 1950; com’è accaduto nel 1978 con i documenti contenuti nella borsa di Moro e con l’originale del suo interrogatorio da parte delle Brigate Rosse, forse costato la vita al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa; com’è accaduto con la lista dei 500 personaggi altisonanti, che negli Anni Settanta avevano esportato i propri patrimoni all’estero grazie ai maneggi di Sindona; com’è accaduto con l’archivio conservato da Riina nella villa di via Bernini mai perquisita dopo la cattura nel 1993.
Quando veniva annoverato fra i buoni Giovacchino Genchi è stato per molti anni un dirigente di punta della polizia, impiegato con ottimi esiti nelle inchieste più delicate. La sua partecipazione alle indagini dell’ex magistrato e attuale eurodeputato Luigi De Magistris l’ha trasformato nel lupo cattivo, eppure finora è risultato impossibile coglierlo in castagna.
Avendo partecipato alle indagini di Capaci e di via D’Amelio ha maturato sull’agenda rossa una piccola idea: «Può darsi che qualcuno con quell’agenda si sia fatta la polizza assicurativa per sé ed oggi continui a vendere polizze assicurative ad altri che, probabilmente, trovandosi scritti in quell’agenda rossa, hanno fatto chissà quali grandi carriere e quali grandi fortune».
Genchi, invece, assicura che la sua carriera sia stata spezzata dall’aver casualmente sbattuto sulla strage di via D’Amelio nel decrittare tabulati telefonici per conto di De Magistris.



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